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Introduzione
Volendo
intraprendere uno studio sui costumi e le mode in territorio
Montefeltrano durante il medioevo, non ci si può
sottrarre
da un’analisi approfondita del territorio stesso,
delle sue
vicissitudini storiche e soprattutto della produzione
artistica.
L’iconografia,
assieme a documenti archivistici dell’epoca, ci
aiuteranno
a ricostruire in maniera dettagliata l’uso
dell’abito nel
Medioevo.
Il
Medioevo è un periodo caratterizzato da profondi cambiamenti
che
si riflettono sulla società, sugli stili di vita, le
abitudini
ed i costumi.
Il
popolo, era nel Medioevo profondamente legato allo spirito religioso,
le prediche francescane ebbero gran diffusione, soprattutto
nell’Italia centrale. Questa autentica partecipazione,
provocò una feconda attività nel mondo delle arti
figurative.
Si
arrivò a comportamenti che crearono forti tensioni fino alla
condanna per eresia di alcuni frati da parte della Chiesa di Avignone.
Furono promulgate leggi per ribadire il rispetto di
consuetudini comuni a tutta la Chiesa.
Giotto
è l’artista che rappresenta l’epopea
francescana,
sia per la diversa e nuova presa emotiva, sia per la vicinanza
all’anima popolare.
Giotto
aveva portato all’interno della chiesa non più una
visione
del mondo celeste con icone da venerare, bensì le vicende
umane.
La
sostanza dell’arte nuova di Giotto, sta nel rappresentare i
sentimenti umani, potenza plastica, severo impegno narrativo e valore
del racconto.
Tra
il Trecento e il Quattrocento, si susseguono eventi che porteranno alle
libertà comunali e al sorgere del potere di alcune famiglie.
Dopo
la fioritura francescana, l’arte figurativa vede la nascita
di
scuole pittoriche che operano nell’ambito delle piccole
signorie:
si apre l’età del gotico cortese.
Esso sorge sulla spinta del crescente benessere
materiale, alla nascente cultura umanistica e alla vita di corte.
Nasce
una pittura "laica” legata al racconto profano dove gli
elementi
formali e quelli narrativi prevalgono sull’elemento sacro.
Si
avverte un interesse nuovo nella società che intende
indagare su
se stessa e sul mondo nel quale si trova a vivere. L’artista
esce
dagli schemi fissati dalla tradizione iconografia, entrando in una
libertà narrativa che nasce dalla fantasia
dell’artista,
da fatti emotivi, dalle esigenze di raccontare per immagini, ma anche
dalle osservazioni del comportamento degli esseri viventi e della
natura vista attraverso il mutare dei giorni e delle stagioni.
I
Taccuina Sanitatis e i Libri d’Ore, illustrando il modo di
vivere
secondo le classi sociali e il susseguirsi delle stagioni, ci mostrano
dettagliatamente quali sono gli indumenti, gli accessori in
uso e
la loro funzione.
Storia e territorio
Con il nome di Montefeltro,
s’intende la regione storica compresa tra le province di
Rimini e Pesaro-Urbino.
Il
Montefeltro antico, comprende la parte alta della Val
Marecchia,
del Conca e le terre del ducato di Urbino, comprendenti le valli del
Foglia e del Metauro arrivando fino ai confini toscani ed umbri segnati
dall’Alpe della Luna e dai monti Nerone e Catria.
Questi luoghi e in special modo le zone
medio-collinari, furono teatro di battaglie secolari tra Montefeltro e
Malatesta.
La
zona è perciò caratterizzata da una
fitta rete di
borghi e castelli fortificati, splendidi esempi
d’architettura
militare.
Alcune
fonti sostengono che l’origine delle due famiglie sia comune
e
riconducibile sicuramente alle zone dell’alto Montefeltro,
governate dalla casata dei Carpegna.
Questo
antico ceppo di nobiltà sembra rappresentare il punto di
contatto nella nascita e nello sviluppo di quelle che poi diverranno
tra il 1200 e il 1400 i signori di Urbino e di Rimini.
Tutta
la zona che si trova tra Emilia-Romagna e Marche, è in
realtà un comprensorio con caratteristiche in gran parte
omogenee, sia sotto il profilo ambientale e paesaggistico, che storico
e artistico.
La
pittura tra Romagna e Marche
Nella prima metà del Trecento, si
assiste tra Romagna e Marche ad una straordinaria
fioritura pittorica.
Le
fondazioni francescane assieme a quelle agostiniane, divengono i centri
propulsori di questa fioritura pittorica influenzata dalla vicina
corrente assisiate condotta da Giotto.
Già nel XIII secolo Marche e Romagna
avevano subito l’influenza dei grandi maestri duecenteschi
Umbri e Toscani.
Si
sviluppa così una "scuola” pittorica dal
linguaggio
moderno, complesso e unitario tra le più importanti del
Trecento.
Una
"scuola" capace di raffrontarsi con le correnti più vive
dell’arte contemporanea, da quella fiorentina a quella romana
e
senese.
Due
preziosi capolavori, conservati nella chiesa di San Francesco a
Mercatello sul Metauro, un Crocefisso di Giovanni da Rimini e un
polittico di Giovanni Baronzio, si pongono emblematicamente come
l’inizio e la fine della "scuola" riminese.
Il
Crocefisso dipinto da Giotto per i Francescani a Rimini, rimane
l’unica testimonianza dell’attività
riminese
dell’artista; riferimento per i pittori locali tra i quali
Neri,
Giuliano, Giovanni e Pietro da Rimini. L’attività
dei
pittori della "scuola" di Rimini operò una vera e propria
colonizzazione culturale in un’area che va
dall’alta valle
del Metauro fino alla bassa valle dell’Esino.

Particolare affreschi San Nicola, salvataggio della neve -
"Pittori della scuola di Rimini" (tra il XIII e il XIV sec.)
In
questo periodo si stabilisce una fitta rete di connessioni espressive e
stilistiche tra Rimini, Assisi e Fabriano.
In tale contesto riscontriamo l’opera del Maestro di
Campodonico,
nella cui opera trovano riscontro le possibilità espressive
aperte da Giotto e dai Lorenzetti. Il Campodonico è
considerato
uno dei capostipiti della cultura figurativa marchigiana e assieme al
Maestro dell’incoronazione Bellpuig e al Maestro di
Montemartello, la spingono verso la stagione del "Gotico
Internazionale".

Maestro di Campodonico,
affreschi staccati. Crocifissione,1345.
Urbino, galleria Nazionale delle Marche, già San Biagio in
Caprile.
Prima
di diventare una capitale del Rinascimento sotto la guida del
duca Federico, Urbino ha vissuto un’intensa stagione cortese,
riconoscibile in alcune chiese e soprattutto nell’Oratorio di
San
Giovanni Battista.
Il
ciclo decorativo raffigurante le storie del santo, realizzato intorno
al 1416 da Lorenzo e Jacopo Salimbeni, è considerato il
manifesto del Gotico internazionale nelle Marche e in Italia, uno
straordinario viaggio nella fiaba e nell’eleganza di una
corte
che continua tra i capolavori dello stesso periodo esposti nella
Galleria Nazionale delle Marche. Se Urbino era la città dei
Montefeltro, al tempo di Gentile, Fano e Pesaro erano città
malatestiane.
Entrambe conservano ancora i segni visibili della
lunga dominazione dei signori di Rimini.
La
Corte, la Rocca e le tombe dei Malatesta sono testimoni dello sviluppo
urbano che ha caratterizzato la città di Fano dopo il
Medioevo.
Il più noto esempio della diffusione del Gotico
internazionale
è il Polittico di Michele Giambono, conservato nella
Pinacoteca
civica.
La
famiglia Malatesta entra in possesso della città di Pesaro
verso
la fine del XIII secolo. Il portale della Chiesa di San Francesco e
quello della Chiesa di Sant’Agostino, sono due splendidi
esempi
dell'arte gotica di questo periodo.
Nella
Pinacoteca si possono ammirare numerosi dipinti su tavola che
testimoniano la diffusione del Gotico internazionale in epoca signorile
tra cui il Sogno della Vergine di Michele di Matteo, il noto Polittico
della Beata Michelina di Jacobello del Fiore, già nella
chiesa
di San Francesco e il Polittico di Nicolò di Pietro,
già
nella chiesa di Sant’Agostino.
Tra
la fine del XIV secolo e l’inizio del successivo prende
sempre
maggior consistenza l’ascesa delle piccole Signorie
e dei
governi locali delegati da quello della Chiesa che domina il
centro Italia.
Il
governo della Signoria è legato ad un rinnovato senso della
vita
associata e ad una ricerca di eleganza e di usanze raffinate fino ad
allora inimmaginabili.
Si
verifica la fioritura di un’arte pittorica estremamente
innovatrice, vivace ed in contrapposizione alla severa arte intrisa di
profondo senso religioso che aveva dominato sino a quel momento.
Questa
tendenza artistica non rappresenta solo l’estrema
manifestazione
del gotico, ma una testimonianza del crescente benessere materiale e
della nascente cultura umanistica.
Nasce una pittura "laica" legata alle corti, essa
prende il nome di "Gotico cortese".
"L’Adorazione
dei magi" di Gentile da Fabriano è emblematico del nuovo
gusto
pittorico. Il fervore religioso è quasi totalmente annullato
per
lasciar spazio al racconto favoloso e alle scene di vita quotidiana.
Dipinta
a Firenze su commissione del mercante di stoffe Palla Strozzi. La
preziosità delle vesti dei Magi, che rispecchiano la moda
fiorentina del tempo, sembra essere in relazione con
l'attività
del committente, mentre la profusione di oro e altri pigmenti pregiati
ne ostenta la ricchezza. L'interesse per la letteratura cortese
portò al diffondersi di un gusto narrativo che dai soggetti
di
carattere profano si estese a quelli di argomento religioso. La
narrazione delle storie della passione di Cristo o della vita dei santi
venne così arricchita di nuovi episodi e di particolari
curiosi,
talvolta di un realismo quasi brutale che sfociava nell'espressionismo.

Gentile da Fabriano - Adorazione dei Magi
(particolare)
Un
altro aspetto della pittura tardo gotica è dato
dall’interesse per la natura, basti pensare alla diffusione
del
Tacuina Sanitatis del Lombardo Giovannino de’ Grassi o a
quelli
di Pisanello e ai Libri d’ore, che illustravano con stupende
miniature il modo di vivere secondo le vicende stagionali e le classi
sociali.
I
Tacuina Sanitatis, erano raccolte enciclo-pediche di precetti per la
salute accompagnate da illustrazioni oggettive di tipo scientifico, che
influenzarono i modi della rappresentazione, stimolando la crescita di
una pittura basata sull'osservazione diretta e non più sulla
ripetizione di schemi di repertorio.
Si avverte un interesse nuovo nella
società, che intende indagare se stessa e il mondo nel quale
si trova a vivere.
La produzione artistica del periodo ci offre
innumerevoli esempi del vestire, degli usi e costumi.
Il
gusto estetico del gotico internazionale è improntato
dall'amore
per il lusso, per oggetti piccoli e preziosi, per decorazioni
raffinate, per materiali costosi. Tale passione rispecchia gli ideali
della cultura feudale, ormai declinante ma ancora ritenuta esemplare,
e, per questo, presa a modello della emergente borghesia
cittadina. Nelle arti figurative ciò si riflette
nella
ricerca della perfezione tecnica, nell'esuberanza delle parti
decorative, nel gusto per gli effetti di una pittura arricchita da
pigmenti e materiali preziosi, come foglie metalliche e paste vitree
Una parte preponderante di tale evoluzione fu
prerogativa dei Papi di Avignone, che alla loro corte ospitarono Simone
Martini.
Da Avignone questa cultura si espande in tutta la
Provenza e in Borgogna, non senza l’influsso determinante dei
senesi.
Il
Très Riches Heures è uno dei più
famosi esempi di
Libro delle ore, sorta di libro delle preghiere da recitare in ciascuna
ora liturgica del giorno. Questi libri potevano includere calendari,
salmi e messe per le festività di maggiore importanza ed
essere
anche ornati da miniature di vario soggetto.
Il
Très Riches Heures faceva parte delle ricche collezioni
d’arte di Jean di Valois duca di Berry (1340-1416),
terzogenito
di Guglielmo II re di Francia. La notorietà del libro
è
dovuta alla bellezza delle miniature dei fratelli Limburg che ne ornano
il calendario rappresentando vivaci scene di vita castellana e
contadina.
Lo studio della natura e del paesaggio raggiunge
un livello mai visto prima.

Irrigazione a scomparti nei pressi del
castello di Poitiers, nella Francia occidentale (sec.XIV).
Particolare dalle Très Riches Heures del duca di
Berry (Museo Condé, Chantilly). Fratelli De Limburg.
Illustrazioni tratte da Très Riches Heures del duca di
Berry (Museo Condé, Chantilly).
Fratelli De
Limburg.
Le
Marche
si trovano ad essere una delle regioni più aperte al gusto
cortese, non
solo nel contesto italiano, ma in senso assoluto europeo.
I centri
di diffusione sono tre principalmente, San Severino, Fabriano e Gubbio,
Gubbio apparteneva culturalmente e politicamente ad Urbino.
A Gubbio nasce Ottaviano Nelli, che stende la sua attività
fino
ad Urbino, nella stessa città opera Antonio Alberti.
Nello
stesso periodo Gentile lascia Fabriano per Venezia dove
rinnoverà
sostanzialmente la pittura della città, mentre il camerinese
Arcangelo
di Cola operava a Firenze.
Per tutto il territorio marchigiano il
gusto cortese si diffonde: dalle più nordiche
località ( a Talamello
opera Antonio Alberti), come nel sud della regione, con gli affreschi
dello sconosciuto artista degli affreschi dell’oratorio di
Santa Monica
a Fermo, o con quelli della “storia della vera croce a
Montegiorgio ed
altri ancora.
Le Marche acquistano improvvisamente una posizione dominante in campo
pittorico mai avuta in passato.
Questa
è l’epoca delle miniature, attraverso le quali la
cultura del “Gotico
cortese si sviluppa ben presto attraverso tutta l’Europa.
Del
vestire
Intraprendendo
uno studio sul costume e le fogge nel medioevo si percepisce, come
accade per ogni epoca storica, che la moda non era dettata
solo
da "necessità difensive" di tipo meteorologico, o dagli
obblighi
imposti dalla riservatezza o dall’igiene e
dall’attività lavorativa svolta, ma anche e
soprattutto un
problema che corrisponde ad un dovere sociale, alla vanità
personale, al gusto del momento e in gran parte legato alla
disponibilità finanziaria e quindi dalla fortuna e dal rango
delle
famiglia.
A.Lorenzetti, Effetti del buon
governo, particolare dell'affresco. Siena, Palazzo Pubblico.
Una delle più celebri immagini della vita in una
città medievale, nella quale si
possono cogliere svariati spunti per quella che doveva essere la "moda"
dell'epoca.
La
maggior parte della popolazione aveva ben pochi panni da sfoggiare,
dato che in genere possedevano giusto una camicia lisa e qualche
guarnello da lavoro e un mantello tramandato da padre in figlio
finchè non fosse completamente consumato.
Se si era un contadino, servivano più
strati di tessuto di lana per mantenere
più caldo il corpo.
Gli
uomini indossavano casacche, calzoni, cappuccio e mantello; le donne
indossavano una lunga tunica; grembiule, fazzoletto
da testa e mantello. Tutti portavano calze o
calzamaglia di lana.
La
biancheria intima era costituita da un ampio camiciotto di lino. I
vestiti dei contadini conservarono la loro semplicità
durante
tutto il Medioevo. Realizzati con lana o
lino grezzi filati in casa erano estremamente comodi per lavorare.
I
nobili di corte o i ricchi della città indossavano
sontuosi abiti di seta, di pregiato tessuto pettinato e di velluto.
Nel tardo Medioevo la moda dei nobili
cambiò rapidamente e si diffusero abiti attillati, scarpe a
punta ed alti cappelli.
La
società medievale attribuiva
all’esteriorità un
ruolo molto importante, considerando qualsiasi manifestazione di
ricchezza un efficace mezzo di affermazione sociale.
Leggi furono promulgate per impedire alla gente
comune di vestirsi in questo modo.
Tutti dovevano indossare gli abiti del proprio ceto
senza oltrepassare i limiti fissati dalla legge.
Mai,
prima del medioevo era stata elaborata una normativa che disciplinasse
il vestire, essa fu emanata e messa in vigore nel XIII secolo
e
fu nominata “ legge suntuaria”
poiché regolava
il lusso e qualsiasi forma di ricchezza fino a regolare la
“segnaletica” sugli abiti, gli
ornamenti e i
comportamenti in uso.
Le
leggi suntuarie furono alimentate e supportate da predicatori e
moralisti, le donne divennero il principale bersaglio delle
prediche di Francescani e Domenicani; attraverso
l’abbigliamento
sontuoso, infatti, alcune donne erano riuscite ad affermarsi
socialmente al di fuori dell’ambito domestico.
Le normative di questa legge erano le
più svariate e curiose:
Nel
riminese disciplinava le cerimonie, in particolare le nozze, i
battesimi e i funerali, che rappresentavano le principali occasioni
sociali in cui le persone potevano sfoggiare tutta la loro ricchezza.
Venivano
inoltre regolati i doni che potevano essere offerti ai religiosi
all’inizio della loro vita spirituale e prescrivevano quanti
vestiti e quali ornamenti potevano indossare le donne.
Con
tali modi erano chiaramente resi identificabili tutte le tipologie
sociali, dalla distinzione tra le classi sociali più alte
dalle
più misere, fino all’identificazione di
trasgressori, malati, eretici o adultere ecc.
Si
utilizzavano dunque oltre alle vesti, segni e applicazioni,
basti
pensare ai nastri rossi per prostitute e adultere, o ai lebbrosi che
come accessorio erano costretti ad agitare durante i loro spostamenti
una specie di nacchera o campanella perché tutti avessero il
tempo di scappare al loro arrivo.
Dunque
l’ordine sociale costituito doveva restare tale anche nelle
apparenze, la trasgressione non era tollerata, anzi si trasformava
spesso in pretesto per punire e creare sudditanza nelle classi
inferiori.
Il XIII e il XIV furono secoli nei quali il
benessere andò aumentando.
Dall’Oriente giunsero novità
come le maniche lunghe e larghe, la mussola, la seta rivestita
d’oro, i veli.
Si
cominciarono ad usare fustagno e velluto, e si affermarono decorazioni
occidentali con disegni a quadri, cerchi, pois, farfalle stilizzate.
Gli
uomini benestanti portavano una camicia, calze aderenti, una tunica
stretta in busto e svasata in vita, e poi una sopravveste di lana, lino
o seta pesante, ricamata e decorata, fermata in vita con una cintura di
cuoio.
Sopra, mantelli aperti davanti oppure chiusi e
infilati dalla testa, spesso foderati di pelliccia.
Le
donne indossavano una camicia di lino o seta e calze di stoffa come
biancheria, una lunga tunica stretta sul busto e svasata a partire
dalla vita, e una sopravveste con maniche staccabili lunghe anche fino
a terra.
Accessori
tipici maschili e femminili erano le borse: attaccate alla cintura da
lunghi cordoni, avevano la funzione di tasche, ancora assenti.
Nel
complesso c’era grande varietà, ma se il lusso
aumentava
tra le classi abbienti, i poveri indossavano gli abiti di sempre: gli
uomini una blusa, calze di lino grezzo, brache infilate negli stivali;
le donne una camicia, una tunica lunga, calze; su tutto, un saio col
cappuccio.
Gli
Artigiani e le loro Botteghe
La società medievale era regolata da
statuti e bandi signorili che regolavano la vita pubblica e privata.
Normative disciplinavano le attività di
artigiani e mercanti,che si riunivano in corporazioni di arti e
mestieri.
Vi erano i pannarii, coloro che
esercitavano l’arte della lana, del cotone e della tintoria.
Il
ciclo produttivo iniziava nella batilaneria, dove le materie prime
contenute in sacchi e ceste, venivano sottoposte a trattamento:
innanzitutto il fiocco veniva assortito e lavato per essere sottoposto
alla divettatura, carminatura e vergheggiatura, fase in cui la lana
veniva postasi un graticcio e battuta con verghe per renderla
più duttile per effettuare la scamattatura, operazione
successiva alla tintura con la quale la lana veniva posta di nuovo su
un graticcio e oliata. Una volta effettuate le fasi della pettinatura e
cardatura le fibre erano pronte per la filatura, che veniva effettuata
come la tessitura all’esterno delle botteghe, da donne e
uomini
che lavoravano in casa. Dopo le fasi di rivenditura e tiratura , la
pezza rientrava nel fondaco per essere sottoposta alla cimatura e alla
preparazione della pezza vera e propria.
Essi
dovevano utilizzare solo lana di pecora o di agnello, che una volta
filata, non poteva essere tinta di giallo, colore riservato alle
categorie marginali, in particolare agli ebrei.
I maestri della lana commissionavano poi ai
tessitori l’esecuzione degli ornamenti sui panni.
I
tessitori per distaccare la lana usavano spazzole
dure
fatte con i cardi dei lanaioli(i capolini contenenti i semi). Questa
operazione è detta cardatura o pettinatura.
La lana era messa su una rocca e le fibre erano
arrotolate tra il pollice e le altre dita fino a ricavarne un filo.
Con l’utilizzo di un semplice telaio
verticale, attraverso mani esperte, la lana si trasformava in tessuto.

Telaio
d'epoca
I
Tessuti di maggior pregio erano senz’altro quelli italiani,
delle
fiandre e inglesi, poiché qui erano utilizzati telai molto
complessi per produrre tessuti d’alta qualità.
Alcuni
esempi di tessuti originali dell'epoca
All’inizio
del medioevo gli abiti avevano fogge lunghe ed ampie, per ognuno di
essi erano necessari vari metri di stoffa, venivano cuciti
interamente a mano, per il loro confezionamento
occorrevano
molti giorni tutto questo rendeva gli abiti molto costosi.
I
sarti confezionavano le carpe di panno e le calceptae,vale a dire le
calze senza suola, mentre i calzolai producevano la maggior parte delle
calzature sul mercato.
I
calzolai realizzavano scarpe rispettando la diversa morfologia dei due
piedi; venivano confezionate calzature ricamate,con ornamenti impressi
a caldo oppure con intagli e intarsi in genere posti sulla parte
posteriore della scarpa.
Le misure erano varie e rapportate a quelle odierne
andavano dal numero 16 al 42.
Il
laboratorio del calzolaio conteneva numerose pelli di diverse
tipologia; di montone, di vitello, bianche o nere e pelli di cavallo.
Inoltre erano presenti pelli di fianchi e di
schiene adatte a confezionare suole e tomaie.
I
calzolai acquistavano il pellame dai conciatori di cuoio. Essi
lavoravano vicino ai corsi d’acqua dove potevano gettare le
scorie della lavorazione, infatti per prima cosa le pelli venivano
messe in ammollo per poi essere trattate con la calce. Ripulite
venivano poste in vasche colme di acqua e sostanze concianti come
l’allume.
I
colori utilizzati per tingere le stoffe
Dopo
le crociate vennero introdotti in Occidente dei testi di medicina
tradotti dall’arabo e, con essi, tutto un sapere
farmaceutico nel quale le spezie avevano un ruolo preponderante. Lo
zafferano (detto anche ‘croco’: il suo nome
scientifico
è Crocus Sativus) è una delle piante
più preziose
coltivate negli orti medievali. Era impiegato per molteplici scopi:
oltre che in cucina – per colorire le pietanze – e
nella
farmacopea, anche come materiale tintorio per i tessuti. Nel medioevo
la sua coltivazione conobbe un’ampia diffusione, proprio in
concomitanza con lo sviluppo delle manifatture urbane, come accadde con
altre piante cosiddette ‘industrali’, quali la
robbia e il
guado (entrambe utilizzate come colorante per i tessuti). Le stoffe
venivano tinte con diversi colori vegetali, qui di seguito un elenco
dei più importanti ed utilizzati.
Indaco
indiano, genuino
Colorante
vegetale ottenuto a partire dalla sostanza azzurra (indicano) presente
nelle piante del genere indigofere (Indigofera tinctoria, Indigofera
hirsuta, Indigofera anil e Indigofera argentea). La sua fabbricazione
avveniva per macerazione delle foglie mature in cisterne d'acqua, con
aggiunta di calce o ammoniaca e successiva ossidazione all'aria. Al
termine di una serie di passaggi di purificazione il pigmento veniva
essicato in appositi stampi e commercializzato in pani. Utilizzato fin
dall'antichità è ricordato, tra gli altri, da
Plinio ( I
sec. d. C.) e da Cennino Cennini (fine sec. XIV). Di colore blu intenso
simile al blu di Prussia, semitransparente e con buon potere colorante,
non è molto stabile alla luce: di granulazione finissima
è stato utilizzato moltissimo per la tintura delle stoffe.
Indaco
da guado
Porpora
genuina
Sostanza
colorante più o meno violacea, densa, vischiosa e dall'odore
nauseabondo, il cui principio colorante (dibromoindaco) è
stato
identificato solo all'inizio del Novecento. Conosciuta fino
dall'antichità si ricavava da alunci molluschi gasteropodi
del
Mediterraneo (principalmente dal Murex brandaris) e, nel Medioevo, dal
Purpura lapillus presente nei mari che circondano le isole
britanniche), trattandola con eventuale aggiunta di caolino.
È
stata utilizzata essenzialmente in tintura e nella
colorazione di
pergamene in età classica e nel Medioevo. Nelle tecniche
pittoriche è stata impiegata sotto forma di purpurissum.
Lacca
di gualda
La
gualda è un colorante giallo di origine vegetale ottenuto a
partire dall'erba guada (Reseda luteola, comunemente nota anche come
reseda dei tintori), pianta annua spontanea presente in tutta Europa.
Conosciuta dall'antichità (ne parlano Vitruvio e Heraculis),
è stata ampiamente utilizzata per la tintura dei tessuti e,
ugualmente, come base di partenza per una lacca impiegata in pittura.
In questo caso il principio colorante (luteolina, presente in tutte le
parti della pianta) veniva fissato su allume di rocca, fino ad ottenere
un colore tendente al giallo verdastro. Fino alla comparsa dei
coloranti sintetici è stata considerata il colorante giallo
più resistente.
Erba di
ginestre, velenoso
Resina
dracaena, sangue di drago, palline
Prodotto
resinoso ottenuto dai frutti di varie piante appartenenti alla famiglia
delle palme e, in particolare, dalla specie Calamus draco, presente
nelle isole dell'arcipelago della Sonda e delle Molucche. Di colore
rosso bruno è stato denominato in età classica
cinnabaris
indicus (a sottolineare, come è confermato da Plinio, la sua
provenienza dalle Indie), comportando successivamente una sua errata
identificazione con il cinabrio. La denominazione corrente
trae
invece origine da una leggenda, secondo la quale la sostanza si sarebbe
generata dal sangue sgorgato nel combattimento tra un elefante e un
drago. Cennino Cennini (fine sec. XIV) lo ricorda utilizzato
essenzialmente nelle miniatura, sconsigliando il suo impiego nelle
altre tecniche tradizionali ("non è di condizioni di farti
molto
onore"). In effetti, in quanto sostanza organica vegetale, è
un
colore facilmente alterabile.
Zafferano,
genuino, fili rossi, molto colorante
Lacca
di garanza naturale
La
garanza (o robbia) è una pianta erbacea delle Rubiaceae
dalle
cui radici si estraeva il principio colorante, attualmente noto
chimicamente come alizarina. Da questo, per reazione chimica e
precipitazione con allume viene ottenuta una lacca rosso violetto:
particolarmente apprezzata quella ottenuta a partire dalla specie Rubia
tinctoria. Conosciuta fin dall'antichità (e ricordata tra
gli
altri da Vitruvio, Plinio e Heraclius) è stata prodotta in
Grecia, Olanda e Francia. In quest' ultima la tradizione più
consolidata è sita nella regione della Drome e quindi ad
Avignone, uno dei più importanti centri di produzione. Pur
essendo sensibile alla luce come tutti i coloranti organici
è
particolarmente stabile. Ha trovato diffuso impiego come materia
colorante, probabilmente in sostituzione della porpora, mentre nelle
tecniche pittoriche è per lo più ricordata in
vari tratti
come componente di mescolanze di colori, essenzialmente nell'ambito
dell'arte della miniature.
Buccia di noce,
tagliata
Grani
d'Avignon, Giallo stil de grain, giallo di spincervino
Colorante
giallo d'origine vegetale, ottenuto a partire da una pianta della
famiglia delle Ramnaceae (comunemente nota come spincervino e
scientificamente denominata Rhamnus catharticus), la quale
dà
bacche (note come grani d'Avignone) contenenti una materia colorante
giallo verdastra. Il principio colorante si chiama rhamnetina.
Precipitando il decotto di questi grani con allume e creta si ottiene
una lacca, le cui tonalità variano dal giallo chiaro al
giallo
verdastro scuro, in relazione al grado di maturazione delle bacche.
Conosciuto fino dall'antichità e utilizzato diffusamente dal
Medioevo a tutto il XIX secolo ha trovato particolare impiego nella
tintura dei tessili: nelle tecniche artistiche il suo uso è
stato essenzialmente circoscritto all'arte della miniatura. Seppure
sporadicamente, ha comunque trovato impiego anche nelle tecniche a
tempera e a olio, soprattutto per velature. Ricette per la sua
fabbricazione si trovano in vari trattati antichi, a partire dal De
arte illuminandi (seconda metà XIV sec).
Gli
abiti dei nobili
La
donna nobile si vestiva con un cappello con velo, per questo portavano
capelli raccolti in una rete dorata, il corpetto veniva
indossato
modellato con rinforzi, le donne avevano prettamente la vita stretta,
le gonne come già detto venivano portate assai ampie e molto
ricamate; le loro scollature erano basse.
Per
quanto riguarda i nobili di sesso maschile,
portavano
cappelli con foggia (lunga coda), i loro capelli erano accuratamente
tagliati ed il loro viso era rasato; portavano inoltre un
farsetto molto corto, sulle gambe indossavano una calzamaglia
aderenti di un tessuto tagliato di traverso; come calzari portavano
scarpe a punta.
Sacerdoti,
monaci e suore che dedicavano la loro vita alla chiesa
indossavano abiti che indicavano la loro condizione particolare. Gli
alti prelati come i vescovi, portano magnifiche vesti, mentre monaci e
suore qualunque indossavano semplici tonache nere, bianche o marroni.
Procedendo
per periodi a partire dall’XI secolo la rinascita
economica
e commerciale che si sviluppò in Europa determinò
,
grazie a varie contaminazioni, un cambiamento nel gusto e
nella
moda dell’epoca.
Si
sviluppò e molto la nostra industria tessile, soprattutto in
centri maggiori come Genova, Firenze e Lucca, che divennero i maggior
produttori di seta ( tessuto richiesto per confezionare abiti di
lusso). Si moltiplicarono le manifatture per portare in pochi anni
l’artigianato italiano ad investire un ruolo predominante in
tutta Europa.
Con
il passare del tempo ed il consolidarsi delle tecniche apprese,
ci si affinerà sempre di più in ogni
campo della
produzione del capo da indossare.
Tra
XI e XIII secolo la moda italiana risente fortemente dell'influenza
bizantina, soprattutto lungo la costa adriatica e l'Italia meridionale
in cui la presenza greca è costante per tutto l'alto
medioevo.
In seguito alla conquista normanna, avvenuta nel XI secolo in Italia
meridionale, alle tendenze stilistiche bizantine si unirono le
novità della moda francese che modificarono, solo in parte,
il
gusto dell'epoca.
Gli
stravaganti copricapo per esempio, che erano una
contaminazione
dell’influenza del periodo delle crociate e della moda
orientale,
divennero talmente larghi che “quando desideravano passare da
una
stanza all’altra, le donne giravano la testa per attraversare
le
porte” (J. de Ursin).
Le
tecniche di lavorazione erano segrete, condizione essenziale
affinché i manufatti fossero considerati "esclusivi", gli
stessi
tessitori, considerati alla pari degli artisti, erano chiamati a
preservare il "mistero" delle raffinate e antiche tecniche.
Gia
nel XIV secolo il costume rappresentava lo specchio di un epoca di
splendore, in cui si assisteva allo sviluppo dell’economia e
dei
commerci, alla consolidazione delle signorie e alla nascita delle corti.
Ancora
la moda è contaminata dal gusto tardo gotico fastoso e
originale, ma le stravaganze cominciano a sfrondarsi per dare
proporzionalità all’insieme e raggiungendo una
grande
armonia, nell’eleganza delle fogge, nella brillantezza dei
colori
e nei raffinati ornamenti, oltre che nelle elaborate acconciature e
copricapo.
Data
la scarsità d’indumenti originali
anteriori al XVI
secolo conservatisi fino ad oggi, solo i manoscritti o la
pittura
ci possono mostrare come si vestiva l’uomo medievale.
Fortunatamente le raffigurazioni che possediamo sono abbastanza
dettagliate da rivelarci con precisione la moda del tempo.
L’Europa era al culmine del feudalesimo e
i privilegi
e il potere dell’aristocrazia si riflettevano nello
stile
degli abiti di corte, ricchi di strascichi e di elaborate
acconciature per le donne, e di corte tuniche dalle ampie
maniche
e lunghe scarpe a punta per gli uomini. I contadini, invece,
filavano e tessevano i propri abiti con disegni molto
colorati. I
mercanti inglesi e francesi, i crociati i pellegrini e gli
studiosi fecero circolare in tutta Europa le pregiate stoffe
italiane e stoffe e tessuti proveniente dall’Estremo Oriente,
dalla Spagna, dalla Turchia e dalla Mongolia.
Gli
abiti femminili
Dai
numerosi inventari notarili dell’epoca e da quanto
testimoniato dai dipinti, come possiamo vedere nel quadro di Domenico
Ghirlandaio dove viene ritratta Elisabetta Aldobrandini. Sappiamo che
l'abito femminile era composto di tre capi essenziali: la camicia
(testimoniata a Bari a partire dal 1021 con il nome di
càmiso),
la tunica (o gonnella) e la guarnacca(sopraveste) che poi subiscono
piccole trasformazioni da territorio a territorio, col passare dei
secoli a questi accessori se ne aggiungeranno altri.
La
camicia, detta anche interulas a muliere o sotano era una specie di
sottoveste lunga fino ai piedi, confezionata solitamente per i vestiti
più semplici, in lino e cotone leggero. Il tessuto
logicamente
variava secondo le possibilità economiche della cliente: le
donne di alto rango sociale tendevano a impreziosire gli abiti con
guarnizioni ricamate o liste di tessuto frappato (in frange) lungo i
bordi e la scollatura, solitamente quadrata. La camicia era priva di
bottoni, ed erano sconosciute le tasche. La moda dei bottoni in oro,
argento e pietre preziose nasce in Francia nel XIII secolo per poi
diffondersi lentamente in tutta Europa. Prima di allora erano
utilizzate stringhe e fettucce.
Sulla
camicia le donne infilavano la gamurra o camurra, l’abito di
tutti i giorni, da indossare in casa, o almeno per le più
giovani da sfoggiare anche per uscire. Si trattava di una semplice
veste sfoderata in panno di lana resistente e di colori piuttosto
scuri, rischiarata allo scollo e alle maniche dagli sbuffi della
camicia. La scollatura poteva essere tondeggiante o quadrata, aderiva
al seno e al busto allargandosi a campana fino ai piedi, allacciata
davanti con bottoni, quando comparvero, o da nastri e cordoni. Le
maniche attillate solitamente di diverso colore e tessuto
(più o
meno ricco) rispetto all’intera veste, erano
tagliate da
finestrelle sotto l’ascella il gomito e lungo
l’avambraccio, per evitare strappi e rendere più
agevoli i
movimenti. Ma trattandosi dell’ abito più
utilizzato e
soggetto dunque all’usura specialmente nelle maniche, queste
divennero ben presto staccabili dalla camurra con
l’applicazione
di lacci o ganci a volte d’argento (presette). Si giunse
così ad investire le maniche di grande importanza, divenendo
uno
degli accessori più importanti del guardaroba femminile
(soprattutto quando la camurra veniva indossata senza sopraveste). Fino
alla prima metà del’400 la vita della camurra era
alta,
provocando un rigonfiamento all’altezza dei fianchi: facile
allusione alla fertilità della
donna.
Di
genere più popolano, ma simile alla camurra era il
guarnello,
veste semplice e modesta senza maniche, indossata in casa come
grembiule e rimboccata alle gambe per agevolare il passo.
Quando
il clima era più mite solitamente sopra la camicia, al posto
della camurra, le donne benestanti indossavano la
cotta,
aderente e confezionata con tessuti pregiati come la seta il damasco il
velluto, generalmente in colori chiari. Utilizzata anche in speciali
occasioni, principalmente matrimoni, veniva allacciata sul davanti con
file di bottoni o magliette in metalli preziosi decorati a loro volta
da nastrini e puntali. Le maniche della cotta erano importantissime,
staccabili, di diverso colore dalla veste e ornate da numerose
finestrelle.
Gli abiti descritti finora venivano identificati
come “vesti per di sotto”.
La pellanda, il gabano, la giornea e il mantello
sono “robe larghe per il di sopra”.
La
pellanda era indossata sopra la camicia, si trattava di un
indumento per le classi medio alte, utilizzato in inverno. Era un
indumento capace di segnalare immediatamente lo status sociale di chi
lo indossava. Il costo di una pellanda era, infatti, molto alto,
poiché occorrevano 10 braccia di tessuto per confezionarla
ed in
oltre era doppiata di pelliccia o ornata di frange, liste e filamenti
d’oro o d’argento. Si presentava come una veste
fluente e
maestosa con maniche ampie o strette, aderente al busto ad allargarsi
verso il ventaglio dello strascico, con vita alta evidenziata da una
cintura sotto il seno. Una veste di lusso in ogni caso sia per la
preziosità dei materiali utilizzati per la manifattura e
soprattutto per gli ornamenti e le applicazioni. La stoffa di tale
sopraveste era in più panneggiata dai sarti con pieghe
piatte o a cannoncino. Erano comunque poco numerose le
pellande
che si potevano notare passeggiando per le strade poiché
veramente troppo costose, in alternativa venivano indossati i gabbani
Il
gabano era una sorta di sopraveste o più specificatamente un
mantello. Molto eleganti da indossare d’inverno, simili alle
pellande nei tessuti e nelle applicazioni utilizzate, ma dissimili per
le maniche, che nel gabano erano staccabili.
Per
la stagione calda invece sopra la cotta veniva indossata la giornea,
indumento di origine militare che le donne avevano mutuato dal
guardaroba maschile. Il modello era largo, lungo alle caviglie o
allungato da uno strascico, era aperta sul davanti e/o sui
fianchi per far intravedere la veste sottostante.
Il
mantello era indossato sopra le vesti ed era di varie fogge. Per le
donne anziane lungo fino ai piedi e di colori scuri, mentre per le
più giovani appariva più come una mantellina in
colori
vivaci. Anche le mantelle erano foderate solitamente come accadeva per
i vestiti, anche in pelliccia di animale (materiale utilizzato dai
più abbienti).
Gli abiti femminili erano poi accompagnati da vari
accessori:
Le
acconciature potevano variare dalla classe sociale, e dalla
personalità della persona che le portava, i
capelli
potevano essere arrotolati con imbottiture e retine, raccolti sulle
tempie, oppure sistemati a mo di corna coperte da un velo;
quelle
appena elencate sono sicuramente tra le più
elaborate.
Una
tra le più portate fu l’acconciatura a
cono, molto
diffusa in Francia, ma ancora più elaborata era
l’acconciatura a farfalla che consisteva in una struttura in
filo
di ferro colorato che rappresentava una farfalla coperta da un velo.
A
partire dal XII secolo e specialmente nella seconda metà del
XIV, le donne dividevano i capelli sul capo lasciandoli cadere sulle
spalle arrotolati o intrecciati. Spesso la lunghezza dei capelli
raggiungeva le ginocchia e comunque per aumentarla si usavano anche i
Toupet.
Venivano
utilizzati bendelle o pannicelli di seta o tela da fermare
sul
capo con spille e nastri, o le caratteristiche cuffie o le reticelle
per raccogliere i capelli. La stessa funzione doveva averla il ligamen
e l’intrezatorium grazie al quale venivano intrecciati i
capelli
con bende o nastri.
Così come gli uomini, anche le
donne indossavano cappelli in paglia, berretti e cappucci.
A
Venezia nel XIII secolo nasce un copricapo che avrà molta
fortuna in tutto il Medioevo l'hennin, a forma di cono rigido, in
velluto o in seta, al cui vertice veniva applicato un velo o un pizzo a
volte inamidato. Fu ispirato allo stile siriano in seguito alle
crociate, poteva essere ad una o due punte. Le fate delle fiabe di
origine medievale, vengono tutt’ora rappresentate con questo
copricapo.
Per
ciò che riguarda le acconciature, si apre un periodo
(metà ‘400) abbastanza bizzarro, caratterizzato
dalla
tipica fronte spaziosa che veniva depilata e dall’altezza
delle
acconciature molto alte a risaltare i colli. Le tipologie
più in
voga erano “a corona”: di origine fiamminga, per la
quale
venivano utilizzate imbottiture coniche da fissare alle testa, che
venivano ricoperte con i capelli trattenuti a loro volta da nastri,
fermagli e reticelle impreziosite anche da veli a ricadere sulle
spalle. Un’ altra foggia per acconciare i capelli era il
“balzo”: tipica tecnica italiana, molto
appariscente,
all’apparenza rotondeggiante, formata da tessuti avvolti come
un
turbante che lasciava in vista solo l’attaccatura dei capelli.
I
gioielli sono beni sempre menzionati negli inventari notarili,
soprattutto anelli spesso impreziositi da varie pietre come zaffiri,
rubini, diamanti o smeraldi. Le donne indossavano anche collane
d’argento, d’oro, di argento dorato con intarsi in
pietre
preziose, o di corallo, sempre in semplici fogge.
La
maggior parte delle vesti, come si è detto veniva fermati
alla
vita da cinture, in cuoio o tessuto sempre abbellite con ornamenti, con
o senza fibbie e allacciature, cingitori in vari metalli, anche
preziosi.
Accessori
comuni erano anche le borse che venivano appese alle cinture, visto la
mancanza delle tasche negli abiti. La loro preziosità era
resa
tale come solito, dai tessuti utilizzati per il confezionamento: alla
Francesca, in panno fiorentino, in velluto alessandrino,
fatte ad
ago (uncinetto).
Le donne furono il principale oggetto delle leggi
suntuarie.
A
testimonianza di ciò, citiamo una rubrica dello
statuto
trecentesco della città di Rimini che si rivolgeva proprio a
questo argomento. Questa legge vietava indistintamente a
tutte le
donne della città di indossare abiti con strascico
più
lungo di un semise, (corrispondente a 25-30 cm) e applicare ad esso
ornamenti come fregi, bottoni, fermagli, perle o altro di un valore
superiore ai 60 soldi. Inoltre erano vietati gli ornamenti per il capo
come fregi, trinzali nota(drappo prezioso che raccoglieva i capelli in
una lunga coda o treccia), perle, ghirlande, reticelle e corone di
qualsiasi tipo che valessero più di 100 soldi,
così
come per le cinture o qualsiasi altro ornamento.
Chi
non rispettava tali disposizioni, veniva multati, le multe dovevano
gravare interamente sulla donna. Gli artigiani, sarti e tutti coloro
che esercitavano tali arti, dovevano prestare giuramento presso il
podestà, che non avrebbero tagliato abiti o fatto
applicare ornamenti in modo non conforme alle disposizioni statutarie.
La
legislazione suntuaria riminese trecentesca non si discosta da quelle
in vigore nel medesimo periodo nelle altre città italiane.
Nel
corso del trecento, appare però un argomento nuovo, quello
delle
eccezioni; le categorie con uno status
sociale”adeguato”,
vengono esentate dall’attenersi alle regole.
Elemento
di fondamentale importanza nella vita di una donna in epoca medievale
,era la consistenza della dote, costituita da un insieme di beni che
venivano a far parte del corredo.
Le
donne erano escluse dall’eredità paterna, quindi
la dote
rappresentò un modo per liquidare le figlie; la dote era
costituita da una somma di denaro e da beni mobili e immobili.
La
composizione del corredo variava a seconda delle condizioni economiche:
capi di biancheria personale, da tavola, da letto, abiti, gioielli ed
oggetti da cucina.
Il corredo veniva posto in casse, cofani o scatole
più o meno preziose.
Nell’Archivio
di stato di Rimini, si trovano numerosi inventari dell’epoca
facenti parte del Fondo notarile, di seguito alcuni esempi.
Inventario
dei beni di Giovanni di Malatesta de Capoinsachi dove vengono
menzionati anche gli oggetti, contenuti in un coffano, appartenuti alla
moglie Atonia: quattro collane di cui una d’argento dorata di
12
once, una piccola d’argento dorata di 3 once,una con smalti
azzurri e bianchi; facevano parte del corredo anche tessuti preziosi
con filo d’oro e d’argento.
Interessanti anche i beni posseduti da
Bionda, moglie del calzolaio Filippo:
alcuni
gioielli , ornamenti per il suo balzo, due filze di corallo con
crocette d’argento, presette d’argento
per un paio di
maniche, due anelli e una verghetta d’oro, dieci libbre di
accia,
coperte, tovaglie, pannicelli, tessuti tra cui uno cremisino con
frangie d’argento, una frangia cremisi da balzo,
una
cassettina e un coffanino.
Gli
abiti maschili
Cosi
come per il vestire femminile anche quello maschile constava di capi
ben definibili, segni di distinzione da classe a classe di appartenenza.
Generalmente
i capi indossati per “il di sotto” erano:
la camicia,
il farsetto, le calze, le brache o le sarabule.

Benozzo
Gozzoli. Corteo dei Magi,1459 ,Firenze, Palazzo Medici-Riccardi.
Per
ciò che riguardava la biancheria intima il primo
indumento
indossato erano delle mutande, confezionate probabilmente in lino o
canapa mista a cotone ed erano una sorta di paio di brache molto ampie,
che andavano dalla vita, dove, con alcuni risvolti ed una fettuccia
venivano assicurate, fino a sotto il ginocchio, strette anche
lì
per evitare che con il movimento si muovessero. Nonostante la loro
presenza solamente una stretta cerchia di persone ne faceva uso. Con la
stessa funzione venivano indossate le così dette sarabule,
mutande strette più piccole e aderenti, a volte confezionate
in
panno colorato e strette in vita da cordini, antesignane degli attuali
slip.
La
camicia (interula) era alla base del vestire medievale maschile,
confezionata in tela di lino grossa o fine secondo il ceto sociale. La
camicia era solo bianca, rivestiva un ruolo importante per
l’uomo, doveva essere in tessuto resistente e di
qualità
per evitare fastidi e non essere cambiata tutti i giorni. Le fogge
erano varie, ma il modello più utilizzato ere a forma di
tunica,
con ampie maniche senza polsini e lunga fino al ginocchio. Veniva a
volte decorata con ricami e allacciata con bottoncini o laccetti, ma
non doveva mai rimanere totalmente in vista (se si parla delle classi
più alte), solamente allo scollo, ai polsi, e si intravedeva
dalle finestrelle del farsetto.
Il
farsetto era il capo maschile per eccellenza fino al XV
secolo,
prende il suo nome da “farsa” ossia imbottito,
proprio
perché veniva foderato e riempito con imbottitura di
bambagia,
tale imbottitura aveva una funzione estetica poiché si
utilizzava per modellare il corpo maschile, ma anche pratica e
difensiva quando veniva utilizzata dai cavalieri sotto
l’armatura. Si presentava corto e aderente. Veniva utilizzato
in
numerosi momenti della giornata, in casa, in giardino, per lavorare in
bottega o nei campi. Era solitamente allacciato anteriormente da una
fila di bottoni che divideva il busto in due parti. Terminava con un
colletto alto e imbottito. Le maniche del farsetto potevano essere
aderenti sull’avambraccio ed allargarsi verso la spalla,
oppure
essere aderenti per tutta la lunghezza del braccio, ma in questo caso
con la presenza di finestrelle all’altezza
dell’ascella e
del gomito.
Le
calze lunghe, erano un indumento molto diffuso tra gli uomini di ogni
rango sociale: la moda dell’abito corto portò ad
indossarle per mettere in risalto la muscolatura e
acquisirono
diverse fogge e colori. Inizialmente le calze lunghe erano
“solate” con del cuoio, con il passare del tempo si
usò indossare sempre più scarpe vere e proprie, e
le
calze svilupparono la funzione odierna. Spesso venivano
agganciare al farsetto con appositi “serrami”.
Anche se
solitamente le calze venivano confezionate da una sola pezza di stoffa,
chi poteva permetterselo utilizzava più
“pezze”,
(piede, calcagno, gambale, ecc.) così da ottenere
un’eccezionale comodità. In oltre la calze come
è
noto erano di più colori, ciò portò a
varie
tipologie a seconda delle pezze colorate:
dimidiate: a due colori
addogate: a strisce
divisate: decorate con stemma araldico e colori di
casata
smerlate: bicolori, ma da sotto il ginocchio
Terminato
il guardaroba “intimo” di un uomo, si passa al
vestire
“per il di sopra”, le “robe larghe per il
di
sopra”, ovvero: la veste, vestito, giornea e il mantello.
La
veste si indossava per uscire, sopra il farsetto, era simile alle
gonnelle trecentesche (per i giovani si usava corta, ma poteva anche
essere più lunga): con busto e maniche aderenti, stretto in
vita
da una robusta cintura,ma morbido sui fianchi. Veniva allacciata con
una bottoniera o semplici lacci. Le maniche potevano essere
in
diverso tessuto dal busto, con l’arrivo della
stagione
fredda veniva foderata in pelliccia di volpe, da mostrare agli orli e
risvolti. Una piccola osservazione sulle pellicce porta a conoscenza
dell’utilizzo di tale materiale presso tutti: chi poteva
permetterselo utilizzava pellicce di ermellino, o vaio (emblema
dottorale), ma le pellicce erano anche confezionate in pelo di lupo
,volpe o martora.
Simile
alla veste , ma di più modesta fattura si presentava il
guarnello, una veste molto semplice, lavorata in canapa o cotone,
adatta per i lavori popolari quasi sempre senza maniche e di colori
chiari.
Capo
essenziale contro il freddo, da indossare sopra la veste, solitamente
foderato internamente da pelliccia, era il vestito. Era ritenuto
“la roba per il di sopra” per eccellenza. Si
presentava con
un modello largo, importante, con ampie maniche e aperto davanti. La
lunghezza era variabile, come abbiamo capito, a seconda
dell’età del soggetto che indossava tale capo. Il
vestito
veniva inoltre reso più o meno prezioso a seconda delle
applicazioni utilizzate per gli ornamenti, che dovevano essere liste,
frange, fregi in oro o argento e frappe. Per la stagione più
calda, chi non si separava dal vestito, per sottolineare la propria
dignità sociale, usava delle stoffe più leggere
ornate
solo negli orli con della pelliccia.
Al
posto del vestito in estate si indossava la guarnacca e la giornea. La
prima era lunga, ampia, con o senza maniche e aperta ai lati per
lasciare in vista la veste sottostante, creando così
geometrie
di colori, tanto in voga all’epoca. La giornea era invece
l’abito più alla moda per il tempo, sia per le
donne che
gli uomini: tanto indispensabile che veniva indossata con vari
aggiustamenti sia in estate che inverno. Si presentava come
un
capo originale, elegante e suntuoso. Era un indumento mutuato
dall’abbigliamento militare: una sorta di cottadarme ; la
giornea
andava indossata sopra il farsetto, aperta ai lati generalmente senza
maniche o con maniche prettamente ornamentali (che non venivano
infilate), arrivava a mezza coscia. Un capo per tutti i giorni e che
tutti potevano indossare.
Un
altro capo molto indossato tra gli uomini era il mantello , capo
indispensabile e utilizzato da tutte le classi sociali, viene
menzionato anche con termini quali:
- gabano, con maniche e cappuccio foderato di
stoffa o pelliccia.
- clamide, mantello classico di media lunghezza,
allacciato alla spalla destra con una fibbia.
- capperone ,mantello corto con cappuccio
Il mantello come altri indumenti era reso
più caldo da applicazioni e fodere in pelliccia.
Passando agli accessori , non molti erano gli
uomini che uscivano o stavano in casa senza i più diversi
copricapi:
I cappucci erano in panno, a volte foderato di
altro panno di diverso colore oppure confezionati in pelle.
Le
berrette, erano anch’esse in diversi colori e materiali,
fatte ad
ago; ci sono anche berrette da notte, in panno, pelle e allacciate
sotto la gola.
Diversi
ma fastosi e curiosi per le fogge utilizzate sono poi i
copricapi
utilizzati nelle più alte classi sociali. Una galleria di
Accessorio
comune a tutti i guardaroba maschili era in fine la corigia (cinta), in
cuoio, argento o varie applicazioni, con o senza fibbia. Alla cintura
veniva fatta poi passare la scarsella.
A
terminare il tutto, sempre per chi poteva farne uso, i guanti,
confezionati con le stoffe più pregiate (lino foderato,
pelle...) e decorati da bottoni e pietre.
I
calzari
I
conciatori di cuoio, conciavano le pelli con grasso di maiale e non
potevano cucire le scarpe, compito che spettava ai calzolai.
Questi potevano esporre le proprie mercanzie su
banchi posti davanti alle loro botteghe.
Le
scarpe a punta avevano lunghezze che raggiungevano a volte i 46 cm, le
scarpe maschili potevano essere ancora più appuntite di
queste;
le punte venivano imbottite di muschi per mantenere la forma.
Questo genere di calzari erano considerati dagli
ecclesiastici e dal corpo della chiesa opera del demonio.
Esse
erano caratterizzate da scollature anteriori, e da foglie decorate,
ottenute raschiando la superficie della pelle, perché le
scarpe
di questo periodo (XIV) erano fatte di questo materiale.
Le calzature erano confezionate in cuoio e
generalmente con pelle d’agnello.
Le fogge erano le più svariate, ma ben
distinte da ceto a ceto, ad ognuno la sua scarpa:
le classi povere utilizzavano zoccoli in legno o
semplici fogge.
Due
esempi di calzature indossate dal popolo
Le
raffinate scarpe a punta irrigidite con stecche di balena, tanto
lunghe a volte da rasentare il ridicolo, ma talmente di
“moda” da contaminare la foggia dei calzari in
ferro dei
soldati, in tessuto colorato o suolate all’interno, erano
prerogativa delle classi sociali più
agiate.
Poulaine
I
colori più pregiati nelle nostre come in altre zone , erano
il rosso e l’azzurro.
A
meno che non si indossassero le calze bicolori (per l’uomo)
che
erano semplicemente suolate sotto i piedi, rendendo superfluo
l’uso di scarpe vere e proprie.
Quando
le condizioni meteorologiche lo richiedevano, si ricorreva
all’uso di galosce o calzature di vario tipo o colore,
talvolta
intonate e abbinate alle stesse calzamaglie, dunque di diverso colore
l’una dall’altra.
Con il passare del tempo, le calze suolate
scomparvero, per lasciare posto alle cosiddette caliga.
Queste erano costituite da una suola in cuoio e
dalla tomaia in stoffa di panno o di lana.
Nelle
varie fonti di inventario delle corti si menzionano anche gli stivali
comunemente portati sopra le calze, in pelle nera, e da
“cavalcare” leggermente più lunghi sopra
il
ginocchio.
Stivali da cavallo
Le
pianelle invece, tipiche delle nostre zone, erano una sorta di zoccoli
con suola piuttosto alta. Costituite da numerosi strati di
legno
o cuoio e senza parte posteriore, si calzavano sopra le calze solate o
alle scarpe alle quali venivano fissate con strisce di cuoio o
stoffa.
Inizialmente
le pianelle vennero utilizzate per proteggersi dal fango delle strade,
in seguito divennero anche un espediente per rendere più
alte le
persone e per ostentare la propria ricchezza in base al tipo ed ai
materiali utilizzati.
Le
pianelle erano molto apprezzate fra le donne, che le indossavano oltre
alle calze solate e le caliga, per apparire più alte.
Curioso
è l’utilizzo che le donne facevano di
lunghe calze
che venivano fissate alla gamba con stringhe in tessuto, chiamate
carreggini, antesiniane delle odierne auto reggenti.
L’armatura
Inizialmente
l’armatura dei cavalieri era costituita da una cotta di
maglia:
una specie di tunica fatta di molti, piccoli anelli di ferro fittamente
collegati fra loro . Nel corso del XII secolo questa corazza
andò estendendosi , venendo a proteggere anche le braccia e
le
gambe mediante maniche e cosciali di maglia metallica. Si
cominciò a portare anche una sottocotta imbottiti e
trapuntati
aventi il compito di smorzare i colpi. Nel trecento si diffuse tra i
cavalieri l’uso di piastre d’acciaio per proteggere
gli
arti , o le parti più esposte di essi . Anche il torso venne
protetto sempre più spesso con piastre metalliche fissate a
una
veste d’arme di tessuto. Nel secolo successivo alcuni
cavalieri
cominciarono a portare una completa armatura metallica che proteggeva
ogni parte del corpo. Il peso completo di una simile corazzatura si
aggirava sui 20-50 chilogrammi, cosi ben distribuiti, tuttavia, da
consentire a un guerriero armato di tutto punto di correre, saltare o
montare a cavallo senza alcun aiuto, anche se allora come
oggi
correvano storie (peraltro del tutto infondate ) di cavalieri che si
facevano issare a cavallo con una gru perché paralizzati dal
peso dell’armatura.
In
realtà, il vero problema della corazza era un altro: la
grande
scatola di ferro, quasi senza aerazione, diventava rapidamente un forno.

Usbergo o cotta di maglia
A
partire dal XV secolo si generalizzò l’uso di
proteggere i
cavalieri con un’armatura completa di piastre metalliche,
sagomate in modo che le punte e le lame delle armi
scivolassero
sulle loro superfici levigate .Questo accorgimento permetteva di
smorzare la forza dei colpi , e quindi consentiva di realizzare corazze
veramente leggere. Le armature imitavano spesso le fogge delle vesti
civili. Alcune erano parzialmente verniciate di nero, sia per
proteggere il metallo sia per ragioni decorative ; altre
venivano
azzurrate , così da riflettere i raggi solari e diminuire il
riscaldamento del metallo sotto il sole.
Le armature erano così composte:
Composto
da una calotta che veniva rafforzata da una cresta sulla
sommità, la visiera era
bloccabile sulla
celata e a sua volta divisa in due o tre pezzi
incernierati
sul medesimo punto della calotta.
La
manopola veniva sagomata in modo da consentire la chiusura del pugno.
Le piastre che proteggono le dita venivano incernierate l’una
sull’altra, così da seguire il movimento di
chiusura della
mano. Alla manopola era fissato all’interno, con alcuni
ribattini, un guanto di cuoio. Al bordo veniva
incernierata
una piastra a protezione del pollice.
Venivano
usati per la protezione della coscia e del ginocchio. La parte
posteriore dell’arto era lasciata generalmente senza
protezione.
Il cosciale era affibbiato alla corazza del combattente. A sua volta
esso portava nella parte inferiore dei fori ad asola per il fissaggio
degli schinieri, che proteggevano le gambe.
Il
loro scopo era quello di proteggere la spalla e il braccio. Lo
spallaccio era composto da varie piastre connesse tra loro con perni
movibili in fori ad asola e lembi di cuoio, il cavaliere
poteva
così muoversi liberamente. Lo spallaccio era a sua
volta
collegato con l’avambraccio e la sua composizione era a
piastre
che permettevano il collegamento con lo spallaccio corregge pezze ed
infine una piastra inferiore dell’avambraccio era mantenuta
chiusa dall’elasticità stessa del metallo.
La
barbuta era un tipico elmo italiano realizzato ad imitazione degli elmi
corinzi. Le borchie fissate sulla parte superiore reggevano un serto di
tessuto mentre a quelle inferiori era assicurato il sottogola che
tratteneva la barbuta quando veniva rialzata sul capo o
buttata
all’indietro.
Le
dita nel guanto erano protette da piccole piastre fissate al guanto
sottostante. I guanti a piastra proteggevano meglio di una maglia
metallica, perché erano più solidi e non si
flettevano
quando ricevevano un colpo.
Lo scudo
Lo scudo in dotazione agli eserciti variava da
territorio a territorio, come da casata a casata.
Nei
primi secoli del medioevo lo scudo si presenta in legno dipinto ed
è talmente grande da coprire l’intero corpo del
cavaliere.
A
volte si presenta imbottito e trapuntato tutto intorno alla parte
dell’imbracciatura, oppure ornato dall’insegna
araldica
dipinta.
Con
il passare dei secoli, l’apporto di nuove tecniche e
l’abbraccio di nuovi stilemi cui rifarsi (greci e romani),
portò a delle semplificazioni nel campo delle armi da difesa
utilizzate nei pali e nelle giostre, modificando gli armamentari che
potessero provocare problemi di movimento o funzionalità.
Tra
il XIII e il XV secolo il legno era imbarcato ricoperto in tela e gesso
o cuoio, con decorazioni araldiche, il retro si presentava con una
impugnatura in strisce di pelle e l’imbottitura naturale
coperta
di pelle.
Nel
caso dello scudo la trasformazione nei decenni è
evidente:
nel ‘400 lo scudo presenta una versione più
funzionale ma
analoga nella forma a quello delle origini – si combatte a
cavallo con una targa squadrata, meno ingombrante del vecchio scudo-,
ma soprattutto dotata di una tacca per la lancia e con una
rotella più piccola e leggera per gli scontri a
terra.
Con
un processo di secoli di semplificazione in semplificazione, da
eliminazione ad eliminazione, si arriva verso il XV secolo ad una sorta
di incorporazione con l’armatura e tale arma di difesa
subirà una vera e propria metamorfosi.
Nasce
così “l’armatura da
piastra”, dello
scudo rimane così una versione molto ridotta e a scopo
ornamentale come supporto per l’insegna e lo stemma.
Dove
si custodivano le vesti
Solitamente
i ceti più modesti possedevano uno scarno guardaroba, un
vestito
per lavorare e uno per le feste. Le altre categorie, consapevoli del
bene posseduto e del valore sociale dell’abito, sceglievano
le
più diverse fogge colori tessuti e ornamenti.
L’abito assunse un valore estrinseco nei ceti
più
alti, da tramandare di generazione in generazione. Solitamente infatti
un abito aveva una durata di cinquanta anni se ben confezionato e ben
tenuto: in questo le donne erano ben preparate, il valore
delle
stoffe era alto e per preservarle si provvedeva quotidianamente a
spolverarli o disinfestarli, “tenendo sode le
pieghe” o
provvedendo a racconciarli.
Scorrendo
le fonti provenienti dagli archivi notarili si scorgono ambienti
casalinghi in cui vi sono cassoni o cofani in cui veniva gelosamente
custodito il guardaroba, tali mobili per la loro maggior lunghezza
consentivano di riporre comodamente i capi.
Il
cassone era ampio in lunghezza, altezza e profondità, con
coperchio piatto, così come la cassa che era più
piccola;
una variante veniva rappresentata dal coffano sempre in forma allungata
come i precedenti, ma a differenza di questi, presentava u coperchio
bombato oppure dipinto o decorato da stoffe preziose; altri accessori
presenti in una camera potevano essere degli attaccapanni per
berrette o treppiedi in legno per i panni.
Pannelli
riassuntivi (PDF)
Glossario
Il glossario comprende in ordine alfabetico i
termini relativi ai capi d’abbigliamento, ai colori e ai
tessuti,
agli ornamenti, ed alcuni vocaboli relativi all’arredo e agli
utensili che compaiono nel testo.
Accia:
filo grezzo di lino o di canapa.
Addogato,addogado:
tessuto a righe larghe.
Sfaldato,
affaldado: risvoltato,manica con risvolto.
Agoraio: custodia
per aghi.
Alessandrino:
panno di origine greca, in genere di lana o
misto.
Alupta:
cuoio sottile e morbido preparato con allume.
Asciugatoio,
sciugatoio: Sciarpa di lino o seta che veniva posata sul
capo e fatta ricadere sulle spalle.
Balascio:
gemma, minerale di colore rosso tendente al viola.
Balzo:
acconciatura femminile di foggia rotondeggiante, formata da tessuti
avvolti a mo’ di turbante.
Becchetto:
striscia
di stoffa cucita al cappuccio che ricadeva dietro le spalle e pendeva
sulla schiena; se il cappuccio era solo posato sul capo veniva fatto
ricadere a sinistra.
Berrettino:
colore grigio cenere.
Berretto alla
capitanesca: copricapo tipico del condottiero,in genere di
colore rosso a forma di cono allargato nella parte superiore.
Bertino,
brettino: vedi berrettino.
Bisello:
panno grosso di lana color grigio.
Bocaccino:
vedi bochasino.
Bochasino:
tela finissima di cotone o lino di origine orientale.
Borgiacchini,
borzacchini: scarpe alte.
Borsa:
aveva forma rotonda e poteva essere di velluto o seta.
Braccio:
misura di lunghezza corrispondente a 0,60 m.
Braghetta:
elemento delle calze, sorta di tasca all’altezza del pube.
Calcedro:
secchio o caldaio di rame.
Calceptae,
calcette: calze prive di suola.
Caliga:
Calzatura.
Calze solate:
lunghe calze di panno che lasciavano scoperta la zona inguinale, erano
munite di suola di cuoio.
Cammellotto:
vedi ciambellotto
Camurra: vedi
Gamurra.
Cannella:
arnese per la tessitura.
Capperone:
mantello corto provvisto di cappuccio.
Cappuccio:
copricapo maschile e femminile.
Carmagnola:
come il berretto alla capitanesca.
Carnirolo: sacchetto
di pelle appeso alla cintura.
Cattelano:
tesuto simile a quello di grana.
Cavedune:
alare.
Cavezale:
cuscino.
Celendrato:
tessuto manganato, comune nel riminese.
Cendato:
vedi zendado.
Charegha:
sedia.
Ciambellotto:
tessuto fatto con peli di cammello o di capra.
Cingitorio:
complemento della cintura.
Coppa: simile
alla pellanda.
Ciroteche:
guanti.
Clamide:
mantello di mezza lunghezza,si fermava in genere sulla spalla destra.
Coazzone:
grossa treccia o rotolo di capelli ricadenti sul dorso avvolto nel
tessuto, legato da nastri o fili di perla.
Colcedra:
letto, materasso, saccone con penna.
Coltra:
coperta.
Copoletto:
guarnizione, sorta di bottone.
Corigia:
cintura di cuoio.
Correggini:
strisce di tessuto che servivano a fissare le calze femminili alla
coscia.
Cotta:
veste
femminile estiva, simile alla gonnella, ma più aderente di
tessuti pregiati. Allacciata davanti da file di bottoni, mentre le
maniche erano staccabili.
Cremisi:
rosso estratto dalla cocciniglia.
Cremisino:
drappo di seta, lana fine o tela tinto cremisi.
Cuffia:
copricapo in genere di lino bianco che incorniciava il viso.
Damasco:
tessuto serico a tinta unita con motivi opachi su fondo lucido.
Dimidiato:
per metà di un colore e per metà di un altro.
Diploide:
vedi farsetto.
Divisa:
riferito alle insegne araldiche di un casato.
Dopitto:
corsetti di tessuto doppio.
Dosso:
dorso, schiena di vaio.
Drapesello: striscia
di tessuto prezioso destinato ad ornamento del capo.
Drappo:
tessuto prezioso.
Farsetto:
indumento base del guardaroba maschile.
Finestrelle: piccole
aperture sotto l’ascella che servivano ad agevolare i
movimenti.
Frenello:
elemento utilizzato come ferma-capelli.
Fresiadura:
guarnizione
Frodo:
fodero.
Gabano:
mantello con maniche e cappuccio foderato di pelliccia o tessuto.
Gamurra:
veste femminile semplice sfoderata, confezionata con panno di lana di
colore scuro.
Ghirlanda:
acconciatura di forma simile al balzo ma più piatta.
Giornea:
sopravveste estiva aperta ai lati, senza maniche o con maniche
staccabili. Quella maschile è corta a mezza gamba, quella
femminile è lunga fino ai piedi. Foderata di pelliccia
veniva
indossata anche d’inverno.
Gittadino:
vedi zettadino.
Giubba:
vedi farsetto.
Giuparello:
vedi farsetto.
Gonnella:
indumento
con busto e maniche aderenti; quella maschile era stretta in vita dalla
cintura e morbida sui fianchi, quella femminile si allargava a campana
fino ai piedi.
Grana:
Tinta di colore rosso scarlatto per estensione panno o tessuto dello
stewssop colore.
Guardacore:
sorta di farsetto in genere di pelle.
Guarnacca:
sopravveste ampia, lunga, con o senza maniche e aperta ai lati.
Guarnello:
tessuto di cotone, canapa o lino, lavorato grossolanamente.
Inauxilato:
tessuto lavorato con raffigurazioni di uccelli, molto utilizzato nella
biancheria domestica.
Interula:
camicia.
Magliette:
Asole, in genere d’argento, avevano carattere ornamentale.
Maniche a
maheures: maniche aderenti all’avanbraccio.
Mantile:
tovaglia.
Marmorino:
colore simile a quello del marmo misto.
Maspilli:
bottoni.
Meschio:
come il marmorino.
Monachino:
colore scuro tendente al rosso.
Morello:
colore bruno scuro tendente
Panno
romagnolo: tessuto di lana a trama grossolana.
Pannicello:
strisce di tessuto più o meno prezioso.
Paonazzo:
sfumatura di rosso tendente al violaceo.
Partesiana:
tipo di spada o alabarda.
Passetti:
fermagli.
Pelandra:
vedi pellanda.
Pellanda:
sopravveste invernale larga e imponente.
Penneda:
panno o telo usato per contenere biancheria e altri oggetti.
Persichino:
colore dei fiori di pesco.
Piadina:
piatto o piccolo catino.
Pianelle:
sorta di zoccoli con suola piuttosto alta.
Pignolato:
tessuto di uso comune operato con motivi simili a pinoli.
Presette:
ganci.
Puntuale:
ornamento terminale che rinforzava nastri e cordoncini utilizzati per
allacciare vesti e maniche.
Rascia:
panno grosso di lana a volte a spina di pesce.
Refe:
filo di lino molto resistente usato per cucire.
Renone:
pelliccione.
Rensa: tela
molto fine.
Reticella:
rete per raccogliere i capelli.
Rosato:
panno di lana di qualità molto pregiato.
Saia:
panno di lana sottile caratterizzato da un particolare effetto
diagonale.
Sarabule:
mutande maschili, slip.
Sargia:
vedi saia.
Sberlata:
calza maschile ornata sotto il ginocchio con decorazione a
fascia orizzontale.
Scapino:
parte della calza corrispondente alla pianta del calcagno.
Scaranna:
cassapanca.
Scarsella:
come borsa, ma di forma quadrata.
Schiavina:
coperta da letto di panno grosso.
Scoffone:
sorta di sopracalza di panno.
Sindone:
mussolina o tessuto trasparente di seta.
Solo:
teglia o recipiente.
Soma:
unità di misura per liquidi.
Spedo:
spiedo.
Staio:
misura di capacità per aridi.
Tabarro:
lunga sopravveste a manto confezionata con tessuto modesto.
Tremolante:
pendaglio.
Trinzale:
drappo prezioso, che raccoglieva i capelli in una lunga coda o treccia.
Turca:
sopravveste ampia dalla foggia orientale.
Vaio:
pelliccia
utilizzata per foderare e orlare i capi maschili e femminili. Ornata
sotto il ginocchio con decorazione a fascia orizzontale.
Vasello:
contenitore per vino.
Veste:
indumento simile alla gonnella.
Vestito:
simile alla pellanda.
Volta:
drappo di lino o seta che le donne portavano sopra il capo.
Zambellotto:
vedi ciambellotto.
Zenfarda:
tipo di berretta.
Zendato:
tessuto serico molto leggero.
Zepone:
tessuto serico simile al raso.
Zuparello:
vedi farsetto.
Bibliografia
Elisa
Tosi Brandi, Abbigliamento e società a Rimini
nel XV secolo, Panozzo Editore.
A.V.,
Malatesta e Montefeltro: Itinerari tra Romagna e Marche,Touring Club
Italiano.
A.V.,
La pittura fra Romagna e Marche nella prima metà del
Trecento, catalogo della mostra fotografica.
Pietro
Zampetti, Pittura nelle marche, dalle origini al
Rinascimento,
Regione Marche
Assessorato alla cultura.
Albert Racinet,
Enciclopedia del costume, Gremes Editore
Rimini,
Archivio di Stato,
Archivio
Storico comunale,
Fondo
Diplomatico,
Fondo
notarile.
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