Mons Cerignonis 2007
- così andavam vestiti -

Ornamenta

Introduzione
Volendo intraprendere uno studio sui costumi e le mode in territorio  Montefeltrano durante il medioevo, non ci si può  sottrarre da un’analisi approfondita del territorio  stesso, delle sue vicissitudini storiche e soprattutto della produzione  artistica.
L’iconografia, assieme a  documenti archivistici dell’epoca, ci aiuteranno a ricostruire in maniera dettagliata l’uso dell’abito nel Medioevo.
 Il Medioevo è un periodo caratterizzato da profondi cambiamenti che si riflettono sulla società, sugli stili di vita, le abitudini ed i costumi.
Il popolo, era nel Medioevo profondamente legato allo spirito religioso, le prediche francescane ebbero gran diffusione, soprattutto nell’Italia centrale. Questa autentica partecipazione, provocò una feconda attività nel mondo delle arti figurative.
Si arrivò a comportamenti che crearono forti tensioni fino alla condanna per eresia di alcuni frati da parte della Chiesa di Avignone.
Furono promulgate leggi per ribadire il rispetto di consuetudini comuni a tutta la Chiesa.
Giotto è l’artista che rappresenta l’epopea francescana, sia per la diversa e nuova presa emotiva, sia per la vicinanza all’anima popolare.
Giotto aveva portato all’interno della chiesa non più una visione del mondo celeste con icone da venerare, bensì le vicende umane.
La sostanza dell’arte nuova di Giotto, sta nel rappresentare i sentimenti umani, potenza plastica, severo impegno narrativo e valore del racconto.
Tra il Trecento e il Quattrocento, si susseguono eventi che porteranno alle libertà comunali e al sorgere del potere di alcune famiglie.
Dopo la fioritura francescana, l’arte figurativa vede la nascita di scuole pittoriche che operano nell’ambito delle piccole signorie: si apre l’età del gotico cortese.
Esso sorge sulla spinta del crescente benessere materiale, alla nascente cultura umanistica e alla vita di corte.
Nasce una pittura "laica” legata al racconto profano dove gli elementi formali e quelli narrativi prevalgono sull’elemento sacro.
Si avverte un interesse nuovo nella società che intende indagare su se stessa e sul mondo nel quale si trova a vivere. L’artista esce dagli schemi fissati dalla tradizione iconografia, entrando in una libertà narrativa che nasce dalla fantasia dell’artista, da fatti emotivi, dalle esigenze di raccontare per immagini, ma anche dalle osservazioni del comportamento degli esseri viventi e della natura vista attraverso il mutare dei giorni e delle stagioni.
I Taccuina Sanitatis e i Libri d’Ore, illustrando il modo di vivere secondo le classi sociali e il susseguirsi delle stagioni, ci mostrano dettagliatamente quali sono gli indumenti, gli accessori in uso  e la loro funzione.

Storia e territorio
Con il nome di  Montefeltro, s’intende la regione storica compresa tra le province di Rimini e Pesaro-Urbino.
Il Montefeltro antico, comprende la parte alta della Val Marecchia,  del Conca e le terre del ducato di Urbino, comprendenti le valli del Foglia e del Metauro arrivando fino ai confini toscani ed umbri segnati dall’Alpe della Luna e dai monti Nerone e Catria.
Questi luoghi e in special modo le zone medio-collinari, furono teatro di battaglie secolari tra Montefeltro e Malatesta.
La zona è  perciò caratterizzata da una fitta rete di borghi e castelli fortificati, splendidi esempi d’architettura militare.
Alcune fonti sostengono che l’origine delle due famiglie sia comune e riconducibile sicuramente alle zone dell’alto Montefeltro, governate dalla casata dei Carpegna.
Questo antico ceppo di nobiltà sembra rappresentare il punto di contatto nella nascita e nello sviluppo di quelle che poi diverranno tra il 1200 e il 1400 i signori di Urbino e di Rimini.
Tutta la zona che si trova tra Emilia-Romagna e Marche, è in realtà un comprensorio con caratteristiche in gran parte omogenee, sia sotto il profilo ambientale e paesaggistico, che storico e artistico.

La pittura tra Romagna e Marche
Nella prima metà del Trecento, si assiste tra Romagna e Marche ad una straordinaria   fioritura pittorica.
Le fondazioni francescane assieme a quelle agostiniane, divengono i centri propulsori di questa fioritura pittorica influenzata dalla vicina corrente assisiate condotta da Giotto.
Già nel XIII secolo Marche e Romagna avevano subito l’influenza dei grandi maestri duecenteschi Umbri e Toscani.
Si sviluppa così una "scuola” pittorica dal linguaggio moderno, complesso e unitario tra le più importanti del Trecento.
Una "scuola" capace di raffrontarsi con le correnti più vive dell’arte contemporanea, da quella fiorentina a quella romana e senese.
Due preziosi capolavori, conservati nella chiesa di San Francesco a Mercatello sul Metauro, un Crocefisso di Giovanni da Rimini e un polittico di Giovanni Baronzio, si pongono emblematicamente come l’inizio e la fine della "scuola" riminese.
Il  Crocefisso dipinto da Giotto per i Francescani a Rimini, rimane l’unica testimonianza dell’attività riminese dell’artista; riferimento per i pittori locali tra i quali Neri, Giuliano, Giovanni e Pietro da Rimini. L’attività dei pittori della "scuola" di Rimini operò una vera e propria colonizzazione culturale in un’area che va dall’alta valle del Metauro fino alla bassa valle dell’Esino.



Particolare affreschi San Nicola, salvataggio della neve  - "Pittori della scuola di Rimini" (tra il XIII e il XIV sec.)

In questo periodo si stabilisce una fitta rete di connessioni espressive e stilistiche tra Rimini, Assisi e Fabriano.
In tale contesto riscontriamo l’opera del Maestro di Campodonico, nella cui opera trovano riscontro le possibilità espressive aperte da Giotto e dai Lorenzetti. Il Campodonico è considerato uno dei capostipiti della cultura figurativa marchigiana e assieme al Maestro dell’incoronazione Bellpuig  e al Maestro di Montemartello, la spingono verso la stagione del "Gotico Internazionale".



Maestro di Campodonico, affreschi staccati. Crocifissione,1345.
Urbino, galleria Nazionale delle Marche, già San Biagio in Caprile.

Prima di diventare una capitale del Rinascimento sotto la guida del duca Federico, Urbino ha vissuto un’intensa stagione cortese, riconoscibile in alcune chiese e soprattutto nell’Oratorio di San Giovanni Battista.
Il ciclo decorativo raffigurante le storie del santo, realizzato intorno al 1416 da Lorenzo e Jacopo Salimbeni, è considerato il manifesto del Gotico internazionale nelle Marche e in Italia, uno straordinario viaggio nella fiaba e nell’eleganza di una corte che continua tra i capolavori dello stesso periodo esposti nella Galleria Nazionale delle Marche. Se Urbino era la città dei Montefeltro, al tempo di Gentile, Fano e Pesaro erano città malatestiane.
Entrambe conservano ancora i segni visibili della lunga dominazione dei signori di Rimini.
La Corte, la Rocca e le tombe dei Malatesta sono testimoni dello sviluppo urbano che ha caratterizzato la città di Fano dopo il Medioevo. Il più noto esempio della diffusione del Gotico internazionale è il Polittico di Michele Giambono, conservato nella Pinacoteca civica.
La famiglia Malatesta entra in possesso della città di Pesaro verso la fine del XIII secolo. Il portale della Chiesa di San Francesco e quello della Chiesa di Sant’Agostino, sono due splendidi esempi dell'arte gotica di questo periodo.
Nella Pinacoteca si possono ammirare numerosi dipinti su tavola che testimoniano la diffusione del Gotico internazionale in epoca signorile tra cui il Sogno della Vergine di Michele di Matteo, il noto Polittico della Beata Michelina di Jacobello del Fiore, già nella chiesa di San Francesco e il Polittico di Nicolò di Pietro, già nella chiesa di Sant’Agostino.

Tra la fine del XIV secolo e l’inizio del successivo prende sempre maggior consistenza l’ascesa delle  piccole Signorie e dei governi locali delegati da  quello della Chiesa che domina il centro Italia.
Il governo della Signoria è legato ad un rinnovato senso della vita associata e ad una ricerca di eleganza e di usanze raffinate fino ad allora inimmaginabili.
Si verifica la fioritura di un’arte pittorica estremamente innovatrice, vivace ed in contrapposizione alla severa arte intrisa di profondo senso religioso che aveva dominato sino a quel momento.
Questa tendenza artistica non rappresenta solo l’estrema manifestazione del gotico, ma una testimonianza del crescente benessere materiale e della nascente cultura umanistica.
Nasce una pittura "laica" legata alle corti, essa prende il nome di "Gotico cortese".
"L’Adorazione dei magi" di Gentile da Fabriano è emblematico del nuovo gusto pittorico. Il fervore religioso è quasi totalmente annullato per lasciar spazio al racconto favoloso e alle scene di vita quotidiana.
Dipinta a Firenze su commissione del mercante di stoffe Palla Strozzi. La preziosità delle vesti dei Magi, che rispecchiano la moda fiorentina del tempo, sembra essere in relazione con l'attività del committente, mentre la profusione di oro e altri pigmenti pregiati ne ostenta la ricchezza. L'interesse per la letteratura cortese portò al diffondersi di un gusto narrativo che dai soggetti di carattere profano si estese a quelli di argomento religioso. La narrazione delle storie della passione di Cristo o della vita dei santi venne così arricchita di nuovi episodi e di particolari curiosi, talvolta di un realismo quasi brutale che sfociava nell'espressionismo.


Gentile da Fabriano - Adorazione dei Magi (particolare)

Un altro aspetto della pittura tardo gotica è dato dall’interesse per la natura, basti pensare alla diffusione del Tacuina Sanitatis del Lombardo Giovannino de’ Grassi o a quelli di Pisanello e ai Libri d’ore, che illustravano con stupende miniature il modo di vivere secondo le vicende stagionali e le classi sociali.
I Tacuina Sanitatis, erano raccolte enciclo-pediche di precetti per la salute accompagnate da illustrazioni oggettive di tipo scientifico, che influenzarono i modi della rappresentazione, stimolando la crescita di una pittura basata sull'osservazione diretta e non più sulla ripetizione di schemi di repertorio.
Si avverte un interesse nuovo nella società, che intende indagare se stessa e il mondo nel quale si trova a vivere.
La produzione artistica del periodo ci offre innumerevoli esempi del vestire, degli usi e costumi.
Il gusto estetico del gotico internazionale è improntato dall'amore per il lusso, per oggetti piccoli e preziosi, per decorazioni raffinate, per materiali costosi. Tale passione rispecchia gli ideali della cultura feudale, ormai declinante ma ancora ritenuta esemplare, e, per questo, presa a modello della emergente borghesia cittadina.  Nelle arti figurative ciò si riflette nella ricerca della perfezione tecnica, nell'esuberanza delle parti decorative, nel gusto per gli effetti di una pittura arricchita da pigmenti e materiali preziosi, come foglie metalliche e paste vitree
Una parte preponderante di tale evoluzione fu prerogativa dei Papi di Avignone, che alla loro corte ospitarono Simone Martini.
Da Avignone questa cultura si espande in tutta la Provenza e in Borgogna, non senza l’influsso determinante dei senesi.
Il Très Riches Heures è uno dei più famosi esempi di Libro delle ore, sorta di libro delle preghiere da recitare in ciascuna ora liturgica del giorno. Questi libri potevano includere calendari, salmi e messe per le festività di maggiore importanza ed essere anche ornati da miniature di vario soggetto.
Il Très Riches Heures faceva parte delle ricche collezioni d’arte di Jean di Valois duca di Berry (1340-1416), terzogenito di Guglielmo II re di Francia. La notorietà del libro è dovuta alla bellezza delle miniature dei fratelli Limburg che ne ornano il calendario rappresentando vivaci scene di vita castellana e contadina.
Lo studio della natura e del paesaggio raggiunge un  livello mai visto prima.



Irrigazione a scomparti nei pressi del castello di Poitiers, nella Francia occidentale (sec.XIV).
Particolare dalle  Très Riches Heures del duca di Berry (Museo Condé, Chantilly). Fratelli De Limburg.



Illustrazioni tratte da Très Riches Heures del duca di Berry  (Museo Condé, Chantilly).
Fratelli De Limburg.

Le Marche si trovano ad essere una delle regioni più aperte al gusto cortese, non solo nel contesto italiano, ma in senso assoluto europeo.
I centri di diffusione sono tre principalmente, San Severino, Fabriano e Gubbio, Gubbio apparteneva culturalmente e politicamente ad Urbino.
A Gubbio nasce Ottaviano Nelli, che stende la sua attività fino ad Urbino, nella stessa città opera Antonio Alberti.
Nello stesso periodo Gentile lascia Fabriano per Venezia dove rinnoverà sostanzialmente la pittura della città, mentre il camerinese Arcangelo di Cola operava a Firenze.
Per tutto il territorio marchigiano il gusto cortese si diffonde: dalle più nordiche località ( a Talamello opera Antonio Alberti), come nel sud della regione, con gli affreschi dello sconosciuto artista degli affreschi dell’oratorio di Santa Monica a Fermo, o con quelli della “storia della vera croce a Montegiorgio ed altri ancora.

Le Marche acquistano improvvisamente una posizione dominante in campo pittorico mai avuta in passato.
Questa è l’epoca delle miniature, attraverso le quali la cultura del “Gotico cortese si sviluppa ben presto attraverso tutta l’Europa.

Del vestire
Intraprendendo uno studio sul costume e le fogge nel medioevo si percepisce, come accade per ogni epoca storica,  che la moda non era dettata solo da "necessità difensive" di tipo meteorologico, o dagli obblighi imposti dalla riservatezza o dall’igiene e dall’attività lavorativa svolta, ma anche e soprattutto un problema che corrisponde ad un dovere sociale, alla vanità personale, al gusto del momento e in gran parte legato alla disponibilità finanziaria e quindi dalla fortuna e dal rango delle famiglia.



 A.Lorenzetti, Effetti del buon governo, particolare dell'affresco. Siena, Palazzo Pubblico.
Una delle più celebri immagini della vita in una città medievale, nella quale si
possono cogliere svariati spunti per quella che doveva essere la "moda" dell'epoca.


La maggior parte della popolazione aveva ben pochi panni da sfoggiare, dato che in genere possedevano giusto una camicia lisa e qualche guarnello da lavoro e un mantello tramandato da padre in figlio finchè non fosse completamente consumato.
Se si era un contadino, servivano più strati di tessuto di lana per mantenere
più caldo il corpo.
Gli uomini indossavano casacche, calzoni, cappuccio e mantello; le donne indossavano una lunga  tunica; grembiule, fazzoletto
da testa e mantello. Tutti portavano calze o calzamaglia di lana.
La biancheria intima era costituita da un ampio camiciotto di lino. I vestiti dei contadini conservarono la loro semplicità durante
tutto il Medioevo. Realizzati con lana  o lino grezzi filati in casa erano estremamente comodi per lavorare.
I nobili di corte  o i ricchi della città indossavano sontuosi abiti di seta, di pregiato tessuto pettinato e di velluto.
Nel tardo Medioevo la moda dei nobili cambiò rapidamente e si diffusero abiti attillati, scarpe a punta ed alti cappelli.
La società medievale attribuiva all’esteriorità un ruolo molto importante, considerando qualsiasi manifestazione di ricchezza un efficace mezzo di affermazione sociale.
Leggi furono promulgate per impedire alla gente comune di vestirsi in questo modo.
Tutti dovevano indossare gli abiti del proprio ceto senza oltrepassare i limiti fissati dalla legge.
Mai, prima del medioevo era stata elaborata una normativa che disciplinasse il vestire,  essa fu emanata e messa in vigore nel XIII secolo e fu nominata “ legge suntuaria”  poiché regolava il lusso e qualsiasi forma di ricchezza fino a regolare la “segnaletica”  sugli abiti,  gli ornamenti e i comportamenti in uso.
Le leggi suntuarie furono alimentate e supportate da predicatori e moralisti, le donne divennero il  principale bersaglio delle prediche di Francescani e Domenicani; attraverso l’abbigliamento sontuoso, infatti, alcune donne erano riuscite ad affermarsi socialmente al di fuori dell’ambito domestico.
 
Le normative di questa legge erano le più svariate e curiose:
Nel riminese disciplinava le cerimonie, in particolare le nozze, i battesimi e i funerali, che rappresentavano le principali occasioni sociali in cui le persone potevano sfoggiare tutta la loro ricchezza.
Venivano inoltre regolati i doni che potevano essere offerti ai religiosi all’inizio della loro vita spirituale e prescrivevano quanti vestiti e quali ornamenti potevano indossare le donne.
Con tali modi erano chiaramente resi identificabili tutte le tipologie sociali, dalla distinzione tra le classi sociali più alte dalle più misere,  fino all’identificazione di trasgressori,  malati,  eretici o adultere ecc.
Si utilizzavano dunque oltre alle vesti,  segni e applicazioni, basti pensare ai nastri rossi per prostitute e adultere, o ai lebbrosi che come accessorio erano costretti ad agitare durante i loro spostamenti una specie di nacchera o campanella perché tutti avessero il tempo di scappare al loro arrivo.
Dunque l’ordine sociale costituito doveva restare tale anche nelle apparenze, la trasgressione non era tollerata, anzi si trasformava spesso in pretesto per punire e creare sudditanza nelle classi inferiori.

Il XIII e il XIV furono secoli nei quali il benessere andò aumentando.
Dall’Oriente giunsero novità come le maniche lunghe e larghe, la mussola, la seta rivestita d’oro, i veli.
Si cominciarono ad usare fustagno e velluto, e si affermarono decorazioni occidentali con disegni a quadri, cerchi, pois, farfalle stilizzate.
Gli uomini benestanti portavano una camicia, calze aderenti, una tunica stretta in busto e svasata in vita, e poi una sopravveste di lana, lino o seta pesante, ricamata e decorata, fermata in vita con una cintura di cuoio.
Sopra, mantelli aperti davanti oppure chiusi e infilati dalla testa, spesso foderati di pelliccia.
Le donne indossavano una camicia di lino o seta e calze di stoffa come biancheria, una lunga tunica stretta sul busto e svasata a partire dalla vita, e una sopravveste con maniche staccabili lunghe anche fino a terra.
Accessori tipici maschili e femminili erano le borse: attaccate alla cintura da lunghi cordoni, avevano la funzione di tasche, ancora assenti.
Nel complesso c’era grande varietà, ma se il lusso aumentava tra le classi abbienti, i poveri indossavano gli abiti di sempre: gli uomini una blusa, calze di lino grezzo, brache infilate negli stivali; le donne una camicia, una tunica lunga, calze; su tutto, un saio col cappuccio.

Gli Artigiani e le loro Botteghe
La società medievale era regolata da statuti e bandi signorili che regolavano la vita pubblica e privata.
Normative disciplinavano le attività di artigiani e mercanti,che si riunivano in corporazioni di arti e mestieri.
Vi erano i pannarii, coloro che esercitavano l’arte della lana, del cotone e della tintoria.
Il ciclo produttivo iniziava nella batilaneria, dove le materie prime contenute in sacchi e ceste, venivano sottoposte a trattamento: innanzitutto il fiocco veniva assortito e lavato per essere sottoposto alla divettatura, carminatura e vergheggiatura, fase in cui la lana veniva postasi un graticcio e battuta  con verghe per renderla più duttile per effettuare la scamattatura, operazione successiva alla tintura con la quale la lana veniva posta di nuovo su un graticcio e oliata. Una volta effettuate le fasi della pettinatura e cardatura le fibre erano pronte per la filatura, che veniva effettuata come la tessitura all’esterno delle botteghe, da donne e uomini che lavoravano in casa. Dopo le fasi di rivenditura e tiratura , la pezza rientrava nel fondaco per essere sottoposta alla cimatura e alla preparazione della pezza vera e propria.
Essi dovevano utilizzare solo lana di pecora o di agnello, che una volta filata, non poteva essere tinta di giallo, colore riservato alle categorie marginali, in particolare agli ebrei.
I maestri della lana commissionavano poi ai tessitori l’esecuzione degli ornamenti sui panni.  
I tessitori  per distaccare  la lana usavano spazzole dure fatte con i cardi dei lanaioli(i capolini contenenti i semi). Questa operazione è detta cardatura o pettinatura.
La lana era messa su una rocca e le fibre erano arrotolate tra il pollice e le altre dita fino a ricavarne un filo.
Con l’utilizzo di un semplice telaio verticale, attraverso mani esperte, la lana si trasformava in tessuto.



Telaio d'epoca


I Tessuti di maggior pregio erano senz’altro quelli italiani, delle fiandre e inglesi, poiché qui erano utilizzati telai molto complessi per produrre tessuti d’alta qualità.





Alcuni esempi di tessuti originali dell'epoca

All’inizio del medioevo gli abiti avevano fogge lunghe ed ampie, per ognuno di essi  erano necessari vari metri di stoffa, venivano cuciti interamente a mano, per il loro confezionamento  occorrevano  molti giorni tutto questo rendeva gli abiti  molto costosi.

I sarti confezionavano le carpe di panno e le calceptae,vale a dire le calze senza suola, mentre i calzolai producevano la maggior parte delle calzature sul mercato.
I calzolai realizzavano scarpe rispettando la diversa morfologia dei due piedi; venivano confezionate calzature ricamate,con ornamenti impressi a caldo oppure con intagli e intarsi in genere posti sulla parte posteriore della scarpa.
Le misure erano varie e rapportate a quelle odierne andavano dal numero 16 al 42.
Il laboratorio del calzolaio conteneva numerose pelli di diverse tipologia; di montone, di vitello, bianche o nere e pelli di cavallo.
Inoltre erano presenti pelli di fianchi e di schiene adatte a confezionare suole  e tomaie.
I calzolai acquistavano il pellame dai conciatori di cuoio. Essi lavoravano vicino ai corsi d’acqua dove potevano gettare le scorie della lavorazione, infatti per prima cosa le pelli venivano messe in ammollo per poi essere trattate con la calce. Ripulite venivano poste in vasche colme di acqua e sostanze concianti come l’allume.

I colori utilizzati per tingere le stoffe
Dopo le crociate vennero introdotti in Occidente dei testi di medicina tradotti dall’arabo e, con essi,  tutto un sapere farmaceutico nel quale le spezie avevano un ruolo preponderante. Lo zafferano (detto anche ‘croco’: il suo nome scientifico è Crocus Sativus) è una delle piante più preziose coltivate negli orti medievali. Era impiegato per molteplici scopi: oltre che in cucina – per colorire le pietanze – e nella farmacopea, anche come materiale tintorio per i tessuti. Nel medioevo la sua coltivazione conobbe un’ampia diffusione, proprio in concomitanza con lo sviluppo delle manifatture urbane, come accadde con altre piante cosiddette ‘industrali’, quali la robbia e il guado (entrambe utilizzate come colorante per i tessuti). Le stoffe venivano tinte con diversi colori vegetali, qui di seguito un elenco dei più importanti ed utilizzati.
Indaco indiano, genuino
Colorante vegetale ottenuto a partire dalla sostanza azzurra (indicano) presente nelle piante del genere indigofere (Indigofera tinctoria, Indigofera hirsuta, Indigofera anil e Indigofera argentea). La sua fabbricazione avveniva per macerazione delle foglie mature in cisterne d'acqua, con aggiunta di calce o ammoniaca e successiva ossidazione all'aria. Al termine di una serie di passaggi di purificazione il pigmento veniva essicato in appositi stampi e commercializzato in pani. Utilizzato fin dall'antichità è ricordato, tra gli altri, da Plinio ( I sec. d. C.) e da Cennino Cennini (fine sec. XIV). Di colore blu intenso simile al blu di Prussia, semitransparente e con buon potere colorante, non è molto stabile alla luce: di granulazione finissima è stato utilizzato moltissimo per la tintura delle stoffe.
Indaco da guado
Porpora genuina
Sostanza colorante più o meno violacea, densa, vischiosa e dall'odore nauseabondo, il cui principio colorante (dibromoindaco) è stato identificato solo all'inizio del Novecento. Conosciuta fino dall'antichità si ricavava da alunci molluschi gasteropodi del Mediterraneo (principalmente dal Murex brandaris) e, nel Medioevo, dal Purpura lapillus presente nei mari che circondano le isole britanniche), trattandola con eventuale aggiunta di caolino. È stata  utilizzata essenzialmente in tintura e nella colorazione di pergamene in età classica e nel Medioevo. Nelle tecniche pittoriche è stata impiegata sotto forma di purpurissum.
Lacca di gualda
La gualda è un colorante giallo di origine vegetale ottenuto a partire dall'erba guada (Reseda luteola, comunemente nota anche come reseda dei tintori), pianta annua spontanea presente in tutta Europa. Conosciuta dall'antichità (ne parlano Vitruvio e Heraculis), è stata ampiamente utilizzata per la tintura dei tessuti e, ugualmente, come base di partenza per una lacca impiegata in pittura. In questo caso il principio colorante (luteolina, presente in tutte le parti della pianta) veniva fissato su allume di rocca, fino ad ottenere un colore tendente al giallo verdastro. Fino alla comparsa dei coloranti sintetici è stata considerata il colorante giallo più resistente.
Erba di ginestre, velenoso
Resina dracaena, sangue di drago, palline
Prodotto resinoso ottenuto dai frutti di varie piante appartenenti alla famiglia delle palme e, in particolare, dalla specie Calamus draco, presente nelle isole dell'arcipelago della Sonda e delle Molucche. Di colore rosso bruno è stato denominato in età classica cinnabaris indicus (a sottolineare, come è confermato da Plinio, la sua provenienza dalle Indie), comportando successivamente una sua errata identificazione con il cinabrio.  La denominazione corrente trae invece origine da una leggenda, secondo la quale la sostanza si sarebbe generata dal sangue sgorgato nel combattimento tra un elefante e un drago.  Cennino Cennini (fine sec. XIV) lo ricorda utilizzato essenzialmente nelle miniatura, sconsigliando il suo impiego nelle altre tecniche tradizionali ("non è di condizioni di farti molto onore"). In effetti, in quanto sostanza organica vegetale, è un colore facilmente alterabile.
Zafferano, genuino, fili rossi, molto colorante
Lacca di garanza naturale
La garanza (o robbia) è una pianta erbacea delle Rubiaceae dalle cui radici si estraeva il principio colorante, attualmente noto chimicamente come alizarina. Da questo, per reazione chimica e precipitazione con allume viene ottenuta una lacca rosso violetto: particolarmente apprezzata quella ottenuta a partire dalla specie Rubia tinctoria. Conosciuta fin dall'antichità (e ricordata tra gli altri da Vitruvio, Plinio e Heraclius) è stata prodotta in Grecia, Olanda e Francia. In quest' ultima la tradizione più consolidata è sita nella regione della Drome e quindi ad Avignone, uno dei più importanti centri di produzione. Pur essendo sensibile alla luce come tutti i coloranti organici è particolarmente stabile. Ha trovato diffuso impiego come materia colorante, probabilmente in sostituzione della porpora, mentre nelle tecniche pittoriche è per lo più ricordata in vari tratti come componente di mescolanze di colori, essenzialmente nell'ambito dell'arte della miniature.
Buccia di noce, tagliata
Grani d'Avignon, Giallo stil de grain, giallo di spincervino
Colorante giallo d'origine vegetale, ottenuto a partire da una pianta della famiglia delle Ramnaceae (comunemente nota come spincervino e scientificamente denominata Rhamnus catharticus), la quale dà bacche (note come grani d'Avignone) contenenti una materia colorante giallo verdastra. Il principio colorante si chiama rhamnetina. Precipitando il decotto di questi grani con allume e creta si ottiene una lacca, le cui tonalità variano dal giallo chiaro al giallo verdastro scuro, in relazione al grado di maturazione delle bacche. Conosciuto fino dall'antichità e utilizzato diffusamente dal Medioevo a tutto il XIX secolo ha trovato particolare impiego nella tintura dei tessili: nelle tecniche artistiche il suo uso è stato essenzialmente circoscritto all'arte della miniatura. Seppure sporadicamente, ha comunque trovato impiego anche nelle tecniche a tempera e a olio, soprattutto per velature. Ricette per la sua fabbricazione si trovano in vari trattati antichi, a partire dal De arte illuminandi (seconda metà XIV sec).

Gli abiti dei nobili
La donna nobile si vestiva con un cappello con velo, per questo portavano capelli raccolti in una  rete dorata, il corpetto veniva indossato modellato con rinforzi, le donne avevano prettamente la vita stretta, le gonne come già detto venivano portate assai ampie e molto ricamate; le loro scollature erano basse.
Per quanto riguarda i nobili  di sesso maschile, portavano  cappelli con foggia (lunga coda), i loro capelli erano accuratamente tagliati ed il loro viso era rasato; portavano inoltre un  farsetto molto corto, sulle gambe indossavano  una calzamaglia aderenti di un tessuto tagliato di traverso; come calzari portavano scarpe a punta.
Sacerdoti, monaci e suore che dedicavano la loro vita alla chiesa  indossavano abiti che indicavano la loro condizione particolare. Gli alti prelati come i vescovi, portano magnifiche vesti, mentre monaci e suore qualunque indossavano semplici tonache nere, bianche o marroni.
Procedendo per periodi  a partire dall’XI secolo la rinascita economica e commerciale che si sviluppò in Europa determinò , grazie a varie contaminazioni, un cambiamento  nel gusto e nella moda dell’epoca.
Si sviluppò e molto la nostra industria tessile, soprattutto in centri maggiori come Genova, Firenze e Lucca, che divennero i maggior produttori di seta ( tessuto richiesto per confezionare abiti di lusso). Si moltiplicarono le manifatture per portare in pochi anni l’artigianato italiano ad investire un ruolo predominante in tutta Europa.
Con il passare del tempo ed il consolidarsi delle tecniche apprese, ci  si affinerà sempre di più in ogni campo della produzione del capo da indossare.
Tra XI e XIII secolo la moda italiana risente fortemente dell'influenza bizantina, soprattutto lungo la costa adriatica e l'Italia meridionale in cui la presenza greca è costante per tutto l'alto medioevo. In seguito alla conquista normanna, avvenuta nel XI secolo in Italia meridionale, alle tendenze stilistiche bizantine si unirono le novità della moda francese che modificarono, solo in parte, il gusto dell'epoca.
Gli stravaganti copricapo per esempio,  che erano una contaminazione dell’influenza del periodo delle crociate e della moda orientale, divennero talmente larghi che “quando desideravano passare da una stanza all’altra, le donne giravano la testa per attraversare le porte” (J. de Ursin).
Le tecniche di lavorazione erano segrete, condizione essenziale affinché i manufatti fossero considerati "esclusivi", gli stessi tessitori, considerati alla pari degli artisti, erano chiamati a preservare il "mistero" delle raffinate e antiche tecniche.
Gia nel XIV secolo il costume rappresentava lo specchio di un epoca di splendore, in cui si assisteva allo sviluppo dell’economia e dei commerci, alla consolidazione delle signorie e alla nascita delle corti.
Ancora la moda è contaminata dal gusto tardo gotico fastoso e originale, ma le stravaganze cominciano a sfrondarsi per dare proporzionalità all’insieme e raggiungendo una grande armonia, nell’eleganza delle fogge, nella brillantezza dei colori e nei raffinati ornamenti, oltre che nelle elaborate acconciature e copricapo.
Data la scarsità d’indumenti originali  anteriori al XVI secolo conservatisi fino ad oggi, solo i  manoscritti o la pittura ci possono mostrare come si vestiva l’uomo medievale. Fortunatamente le raffigurazioni che possediamo sono abbastanza dettagliate da rivelarci con precisione la moda del tempo. L’Europa  era al culmine del  feudalesimo e i privilegi e il potere dell’aristocrazia si riflettevano  nello stile degli abiti di corte, ricchi di strascichi e di elaborate acconciature  per le donne, e di corte tuniche dalle ampie maniche e lunghe scarpe a punta  per gli uomini. I contadini, invece, filavano e tessevano i propri abiti con disegni  molto colorati. I mercanti inglesi e francesi, i crociati i pellegrini e gli studiosi  fecero circolare in tutta Europa le pregiate stoffe italiane e stoffe e tessuti proveniente dall’Estremo Oriente, dalla Spagna, dalla Turchia e dalla Mongolia.
        
Gli abiti femminili
Dai numerosi inventari  notarili dell’epoca e da quanto testimoniato dai dipinti, come possiamo vedere nel quadro di Domenico Ghirlandaio dove viene ritratta Elisabetta Aldobrandini. Sappiamo che l'abito femminile era composto di tre capi essenziali: la camicia (testimoniata a Bari a partire dal 1021 con il nome di càmiso), la tunica (o gonnella) e la guarnacca(sopraveste) che poi subiscono piccole trasformazioni da territorio a territorio, col passare dei secoli a questi accessori se ne aggiungeranno altri.
La camicia, detta anche interulas a muliere o sotano era una specie di sottoveste lunga fino ai piedi, confezionata solitamente per i vestiti più semplici, in lino e cotone leggero. Il tessuto logicamente variava secondo le possibilità economiche della cliente: le donne di alto rango sociale tendevano a impreziosire gli abiti con guarnizioni ricamate o liste di tessuto frappato (in frange) lungo i bordi e la scollatura, solitamente quadrata. La camicia era priva di bottoni, ed erano sconosciute le tasche. La moda dei bottoni in oro, argento e pietre preziose nasce in Francia nel XIII secolo per poi diffondersi lentamente in tutta Europa. Prima di allora  erano utilizzate stringhe e fettucce.
Sulla camicia le donne infilavano la gamurra o camurra, l’abito di tutti i giorni, da indossare in casa, o almeno per le più giovani da sfoggiare anche per uscire. Si trattava di una semplice veste sfoderata in panno di lana resistente e di colori piuttosto scuri, rischiarata allo scollo e alle maniche dagli sbuffi della camicia. La scollatura poteva essere tondeggiante o quadrata, aderiva al seno e al busto allargandosi a campana fino ai piedi, allacciata davanti con bottoni, quando comparvero, o da nastri e cordoni. Le maniche attillate solitamente di diverso colore e tessuto (più o meno ricco) rispetto  all’intera veste, erano tagliate da finestrelle sotto l’ascella il gomito e lungo l’avambraccio, per evitare strappi e rendere più agevoli i movimenti. Ma trattandosi dell’ abito più utilizzato e soggetto dunque all’usura specialmente nelle maniche, queste divennero ben presto staccabili dalla camurra con l’applicazione di lacci o ganci a volte d’argento (presette). Si giunse così ad investire le maniche di grande importanza, divenendo uno degli accessori più importanti del guardaroba femminile (soprattutto quando la camurra veniva indossata senza sopraveste). Fino alla prima metà del’400 la vita della camurra era alta, provocando un rigonfiamento all’altezza dei fianchi: facile allusione alla fertilità della donna.    
Di genere più popolano, ma simile alla camurra era il guarnello, veste semplice e modesta senza maniche, indossata in casa come grembiule e rimboccata alle gambe per agevolare il passo.
Quando il clima era più mite solitamente sopra la camicia, al posto della camurra, le donne benestanti  indossavano  la cotta, aderente e confezionata con tessuti pregiati come la seta il damasco il velluto, generalmente in colori chiari. Utilizzata anche in speciali occasioni, principalmente matrimoni, veniva allacciata sul davanti con file di bottoni o magliette in metalli preziosi decorati a loro volta da nastrini e puntali. Le maniche della cotta erano importantissime, staccabili, di diverso colore dalla veste e ornate da numerose finestrelle.
Gli abiti descritti finora venivano identificati come “vesti per di sotto”.
La pellanda, il gabano, la giornea e il mantello sono “robe larghe per il di sopra”.
La pellanda  era indossata sopra la camicia, si trattava di un indumento per le classi medio alte, utilizzato in inverno. Era un indumento capace di segnalare immediatamente lo status sociale di chi lo indossava. Il costo di una pellanda era, infatti, molto alto, poiché occorrevano 10 braccia di tessuto per confezionarla ed in oltre era doppiata di pelliccia o ornata di frange, liste e filamenti d’oro o d’argento. Si presentava come una veste fluente e maestosa con maniche ampie o strette, aderente al busto ad allargarsi verso il ventaglio dello strascico, con vita alta evidenziata da una cintura sotto il seno. Una veste di lusso in ogni caso sia per la preziosità dei materiali utilizzati per la manifattura e soprattutto per gli ornamenti e le applicazioni. La stoffa di tale sopraveste era in più panneggiata dai sarti con pieghe piatte  o a cannoncino. Erano comunque poco numerose le pellande che si potevano notare passeggiando per le strade poiché veramente troppo costose, in alternativa venivano indossati i gabbani
Il gabano era una sorta di sopraveste o più specificatamente un mantello. Molto eleganti da indossare d’inverno, simili alle pellande nei tessuti e nelle applicazioni utilizzate, ma dissimili per le maniche, che nel gabano erano staccabili.
Per la stagione calda invece sopra la cotta veniva indossata la giornea, indumento di origine militare che le donne avevano mutuato dal guardaroba maschile. Il modello era largo, lungo alle caviglie o allungato da uno strascico, era aperta sul davanti  e/o sui fianchi per far intravedere la veste sottostante.
Il mantello era indossato sopra le vesti ed era di varie fogge. Per le donne anziane lungo fino ai piedi e di colori scuri, mentre per le più giovani appariva più come una mantellina in colori vivaci. Anche le mantelle erano foderate solitamente come accadeva per i vestiti, anche in pelliccia di animale (materiale utilizzato dai più abbienti).
Gli abiti femminili erano poi accompagnati da vari accessori:
Le acconciature potevano variare dalla classe sociale, e dalla personalità della persona che le portava, i capelli  potevano essere arrotolati con imbottiture e retine, raccolti sulle tempie, oppure sistemati a mo di corna  coperte da un velo; quelle appena elencate sono sicuramente tra le più  elaborate.
Una tra le più portate fu l’acconciatura a cono,  molto diffusa in Francia, ma ancora più elaborata era l’acconciatura a farfalla che consisteva in una struttura in filo di ferro colorato che rappresentava una farfalla coperta da un velo.
A partire dal XII secolo e specialmente nella seconda metà del XIV, le donne dividevano i capelli sul capo lasciandoli cadere sulle spalle arrotolati o intrecciati. Spesso la lunghezza dei capelli raggiungeva le ginocchia e comunque per aumentarla si usavano anche i Toupet.
Venivano utilizzati bendelle o pannicelli di seta o tela da fermare  sul capo con spille e nastri, o le caratteristiche cuffie o le reticelle per raccogliere i capelli. La stessa funzione doveva averla il ligamen e l’intrezatorium grazie al quale venivano intrecciati i capelli con bende o nastri.
 Così come gli uomini, anche le donne indossavano cappelli in paglia, berretti e cappucci.
 A Venezia nel XIII secolo nasce un copricapo che avrà molta fortuna in tutto il Medioevo l'hennin, a forma di cono rigido, in velluto o in seta, al cui vertice veniva applicato un velo o un pizzo a volte inamidato. Fu ispirato allo stile siriano in seguito alle crociate, poteva essere ad una o due punte. Le fate delle fiabe di origine medievale, vengono tutt’ora rappresentate con questo copricapo.
Per ciò che riguarda le acconciature, si apre un periodo (metà ‘400) abbastanza bizzarro, caratterizzato dalla tipica fronte spaziosa che veniva depilata e dall’altezza delle acconciature molto alte a risaltare i colli. Le tipologie più in voga erano “a corona”: di origine fiamminga, per la quale venivano utilizzate imbottiture coniche da fissare alle testa, che venivano ricoperte con i capelli trattenuti a loro volta da nastri, fermagli e reticelle impreziosite anche da veli a ricadere sulle spalle. Un’ altra foggia per acconciare i capelli era il “balzo”: tipica tecnica italiana, molto appariscente, all’apparenza rotondeggiante, formata da tessuti avvolti come un turbante che lasciava in vista solo l’attaccatura dei capelli.
I gioielli sono beni sempre menzionati negli inventari notarili, soprattutto anelli spesso impreziositi da varie pietre come zaffiri, rubini, diamanti o smeraldi. Le donne indossavano anche collane d’argento, d’oro, di argento dorato con intarsi in pietre preziose, o di corallo,  sempre in semplici fogge.
La maggior parte delle vesti, come si è detto veniva fermati alla vita da cinture, in cuoio o tessuto sempre abbellite con ornamenti, con o senza fibbie e allacciature, cingitori in vari metalli, anche preziosi.
Accessori comuni erano anche le borse che venivano appese alle cinture, visto la mancanza delle tasche negli abiti. La loro preziosità era resa tale come solito, dai tessuti utilizzati per il confezionamento: alla Francesca, in panno fiorentino, in velluto alessandrino,  fatte ad ago (uncinetto).
Le donne furono il principale oggetto delle leggi suntuarie.
A  testimonianza  di ciò, citiamo una rubrica dello statuto trecentesco della città di Rimini che si rivolgeva proprio a questo argomento. Questa legge vietava indistintamente a  tutte le donne della città di indossare abiti con strascico più lungo di un semise, (corrispondente a 25-30 cm) e applicare ad esso ornamenti come fregi, bottoni, fermagli, perle o altro di un valore superiore ai 60 soldi. Inoltre erano vietati gli ornamenti per il capo come fregi, trinzali nota(drappo prezioso che raccoglieva i capelli in una lunga coda o treccia), perle, ghirlande, reticelle e corone di qualsiasi tipo  che valessero più di 100 soldi, così come per le cinture o qualsiasi altro ornamento.
Chi non rispettava tali disposizioni, veniva multati, le multe dovevano gravare interamente sulla donna. Gli artigiani, sarti e tutti coloro che esercitavano tali arti, dovevano prestare giuramento presso il podestà, che non avrebbero tagliato  abiti o fatto applicare ornamenti in modo non conforme alle disposizioni statutarie.
La legislazione suntuaria riminese trecentesca non si discosta da quelle in vigore nel medesimo periodo nelle altre città italiane.
Nel corso del trecento, appare però un argomento nuovo, quello delle eccezioni; le categorie con uno status sociale”adeguato”, vengono esentate dall’attenersi alle regole.
Elemento di fondamentale importanza nella vita di una donna in epoca medievale ,era la consistenza della dote, costituita da un insieme di beni che venivano a far parte del corredo.
Le donne erano escluse dall’eredità paterna, quindi la dote rappresentò un modo per liquidare le figlie; la dote era costituita da una somma di denaro e da beni mobili e immobili.
La composizione del corredo variava a seconda delle condizioni economiche: capi di biancheria personale, da tavola, da letto, abiti, gioielli ed oggetti da cucina.
Il corredo veniva posto in casse, cofani o scatole più o meno preziose.
Nell’Archivio di stato di Rimini, si trovano numerosi inventari dell’epoca facenti parte del Fondo notarile, di seguito alcuni esempi.
Inventario dei beni di Giovanni di Malatesta de Capoinsachi dove vengono menzionati anche gli oggetti, contenuti in un coffano, appartenuti alla moglie Atonia: quattro collane di cui una d’argento dorata di 12 once, una piccola d’argento dorata di 3 once,una con smalti azzurri e bianchi; facevano parte del corredo anche tessuti preziosi con filo d’oro e d’argento.
Interessanti anche  i beni posseduti da Bionda, moglie del calzolaio Filippo:
alcuni gioielli , ornamenti per il suo balzo, due filze di corallo con crocette d’argento, presette  d’argento per un paio di maniche, due anelli e una verghetta d’oro, dieci libbre di accia, coperte, tovaglie, pannicelli, tessuti tra cui uno cremisino con frangie d’argento, una  frangia cremisi da balzo, una cassettina e un coffanino.

Gli abiti maschili
Cosi come per il vestire femminile anche quello maschile constava di capi ben definibili, segni di distinzione da classe a classe di appartenenza.
Generalmente i capi indossati per “il di sotto” erano:  la camicia, il farsetto, le calze,  le brache o le sarabule.



Benozzo Gozzoli. Corteo dei Magi,1459 ,Firenze, Palazzo Medici-Riccardi.

Per ciò che riguardava la biancheria intima il primo indumento  indossato erano delle mutande, confezionate probabilmente in lino o canapa mista a cotone ed erano una sorta di paio di brache molto ampie, che andavano dalla vita, dove, con alcuni risvolti ed una fettuccia venivano assicurate, fino a sotto il ginocchio, strette anche lì per evitare che con il movimento si muovessero. Nonostante la loro presenza solamente una stretta cerchia di persone ne faceva uso. Con la stessa funzione venivano indossate le così dette sarabule, mutande strette più piccole e aderenti, a volte confezionate in panno colorato e strette in vita da cordini, antesignane degli attuali slip. 
La camicia (interula) era alla base del vestire medievale maschile, confezionata in tela di lino grossa o fine secondo il ceto sociale. La camicia era solo bianca, rivestiva un ruolo importante per l’uomo, doveva essere in tessuto resistente e di qualità per evitare fastidi e non essere cambiata tutti i giorni. Le fogge erano varie, ma il modello più utilizzato ere a forma di tunica, con ampie maniche senza polsini e lunga fino al ginocchio. Veniva a volte decorata con ricami e allacciata con bottoncini o laccetti, ma non doveva mai rimanere totalmente in vista (se si parla delle classi più alte), solamente allo scollo, ai polsi, e si intravedeva dalle finestrelle del farsetto.
Il farsetto era il capo maschile per eccellenza fino al  XV secolo, prende il suo nome da “farsa” ossia imbottito, proprio perché veniva foderato e riempito con imbottitura di bambagia, tale imbottitura aveva una funzione estetica poiché si utilizzava per modellare il corpo maschile, ma anche pratica e difensiva quando veniva utilizzata dai cavalieri sotto l’armatura. Si presentava corto e aderente. Veniva utilizzato in numerosi momenti della giornata, in casa, in giardino, per lavorare in bottega o nei campi. Era solitamente allacciato anteriormente da una fila di bottoni che divideva il busto in due parti. Terminava con un colletto alto e imbottito. Le maniche del farsetto potevano essere aderenti sull’avambraccio ed allargarsi verso la spalla, oppure essere aderenti per tutta la lunghezza del braccio, ma in questo caso con la presenza di finestrelle all’altezza dell’ascella e del gomito.
Le calze lunghe, erano un indumento molto diffuso tra gli uomini di ogni rango sociale: la moda dell’abito corto portò ad indossarle per mettere in risalto la muscolatura e acquisirono  diverse fogge e colori. Inizialmente le calze lunghe erano “solate” con del cuoio, con il passare del tempo si usò indossare sempre più scarpe vere e proprie, e le calze  svilupparono la funzione odierna. Spesso venivano agganciare al farsetto con appositi “serrami”. Anche se solitamente le calze venivano confezionate da una sola pezza di stoffa, chi poteva permetterselo utilizzava più “pezze”, (piede, calcagno, gambale, ecc.) così da ottenere un’eccezionale comodità. In oltre la calze come è noto erano di più colori, ciò portò a varie tipologie a seconda delle pezze colorate:
dimidiate: a due colori
addogate: a strisce
divisate: decorate con stemma araldico e colori di casata
smerlate: bicolori, ma da sotto il ginocchio
Terminato il guardaroba “intimo” di un uomo, si passa al vestire “per il di sopra”, le “robe larghe per il di sopra”, ovvero: la veste, vestito, giornea e il mantello.
La veste si indossava per uscire, sopra il farsetto, era simile alle gonnelle trecentesche (per i giovani si usava corta, ma poteva anche essere più lunga): con busto e maniche aderenti, stretto in vita da una robusta cintura,ma morbido sui fianchi. Veniva allacciata con una bottoniera o semplici lacci. Le maniche potevano essere in  diverso tessuto dal busto, con l’arrivo  della stagione fredda veniva foderata in pelliccia di volpe, da mostrare agli orli e risvolti. Una piccola osservazione sulle pellicce porta a conoscenza dell’utilizzo di tale materiale presso tutti: chi poteva permetterselo utilizzava pellicce di ermellino, o vaio (emblema dottorale), ma le pellicce erano anche confezionate in pelo di lupo ,volpe o martora.
Simile alla veste , ma di più modesta fattura si presentava il guarnello, una veste molto semplice, lavorata in canapa o cotone, adatta per i lavori popolari quasi sempre senza maniche e di colori chiari.
Capo essenziale contro il freddo, da indossare sopra la veste, solitamente foderato internamente da pelliccia, era il vestito. Era ritenuto “la roba per il di sopra” per eccellenza. Si presentava con un modello largo, importante, con ampie maniche e aperto davanti. La lunghezza era variabile, come abbiamo capito, a seconda dell’età del soggetto che indossava tale capo. Il vestito veniva inoltre reso più o meno prezioso a seconda delle applicazioni utilizzate per gli ornamenti, che dovevano essere liste, frange, fregi in oro o argento e frappe. Per la stagione più calda, chi non si separava dal vestito, per sottolineare la propria dignità sociale, usava delle stoffe più leggere ornate solo negli orli con della pelliccia.
Al posto del vestito in estate si indossava la guarnacca e la giornea. La prima era lunga, ampia, con o senza maniche e aperta ai lati per lasciare in vista la veste sottostante, creando così geometrie di colori, tanto in voga all’epoca. La giornea era invece l’abito più alla moda per il tempo, sia per le donne che gli uomini: tanto indispensabile che veniva indossata con vari aggiustamenti sia in estate che inverno.  Si presentava come un capo originale, elegante e suntuoso. Era un indumento mutuato dall’abbigliamento militare: una sorta di cottadarme ; la giornea andava indossata sopra il farsetto, aperta ai lati generalmente senza maniche o con maniche prettamente ornamentali (che non venivano infilate), arrivava a mezza coscia. Un capo per tutti i giorni e che tutti potevano indossare.
Un altro capo molto indossato tra gli uomini era il mantello , capo indispensabile e utilizzato da tutte le classi sociali, viene menzionato anche con termini quali:
- gabano, con maniche e cappuccio foderato di stoffa o pelliccia.
- clamide, mantello classico di media lunghezza, allacciato alla spalla destra con una fibbia.
- capperone ,mantello corto con cappuccio
Il mantello come altri indumenti era reso più caldo da applicazioni e fodere in pelliccia.
Passando agli accessori , non molti erano gli uomini che uscivano o stavano in casa senza i più diversi copricapi:
I cappucci erano in panno, a volte foderato di altro panno di diverso colore oppure confezionati in pelle.
Le berrette, erano anch’esse in diversi colori e materiali, fatte ad ago; ci sono anche berrette da notte, in panno, pelle e allacciate sotto la gola.
Diversi ma fastosi e curiosi per le fogge utilizzate sono poi i  copricapi utilizzati nelle più alte classi sociali. Una galleria di
Accessorio comune a tutti i guardaroba maschili era in fine la corigia (cinta), in cuoio, argento o varie applicazioni, con o senza fibbia. Alla cintura veniva fatta poi passare la scarsella.
A terminare il tutto, sempre per chi poteva farne uso, i guanti, confezionati con le stoffe più pregiate (lino foderato, pelle...) e decorati da bottoni e pietre.

I calzari
 I conciatori di cuoio, conciavano le pelli con grasso di maiale e non potevano cucire le scarpe, compito che spettava ai calzolai.
Questi potevano esporre le proprie mercanzie su banchi posti davanti alle loro botteghe.
Le scarpe a punta avevano lunghezze che raggiungevano a volte i 46 cm, le scarpe maschili potevano essere ancora più appuntite di queste; le punte venivano imbottite di muschi per mantenere la forma.
Questo genere di calzari erano considerati dagli ecclesiastici e dal corpo della chiesa opera del demonio.
Esse erano caratterizzate da scollature anteriori, e da foglie decorate, ottenute raschiando la superficie della pelle, perché le scarpe di questo periodo (XIV) erano fatte di questo materiale.
Le calzature erano confezionate in cuoio e generalmente con  pelle d’agnello.
Le fogge erano le più svariate, ma ben distinte da ceto a ceto, ad ognuno la sua scarpa:
le classi povere utilizzavano zoccoli in legno o semplici fogge.


Due esempi di calzature indossate dal popolo

Le raffinate scarpe a punta irrigidite con stecche di balena, tanto lunghe a volte da rasentare il ridicolo, ma talmente di “moda” da contaminare la foggia dei calzari in ferro dei soldati, in tessuto colorato o suolate all’interno, erano prerogativa delle classi sociali   più agiate.



Poulaine

I colori più pregiati nelle nostre come in altre zone , erano il rosso e l’azzurro.
A meno che non si indossassero le calze bicolori (per l’uomo) che erano semplicemente suolate sotto i piedi, rendendo superfluo l’uso di scarpe vere e proprie.
 Quando le condizioni meteorologiche lo richiedevano, si ricorreva all’uso di galosce o calzature di vario tipo o colore, talvolta intonate e abbinate alle stesse calzamaglie, dunque di diverso colore l’una dall’altra.
Con il passare del tempo, le calze suolate scomparvero, per lasciare posto alle cosiddette caliga.
Queste erano costituite da una suola in cuoio e dalla tomaia in stoffa di panno o di lana.
Nelle varie fonti di inventario delle corti si menzionano anche gli stivali comunemente portati sopra le calze, in pelle nera, e da “cavalcare” leggermente più lunghi sopra il ginocchio.



Stivali da cavallo

Le pianelle invece, tipiche delle nostre zone, erano una sorta di zoccoli con suola piuttosto alta.  Costituite da numerosi strati di legno o cuoio e senza parte posteriore, si calzavano sopra le calze solate o alle scarpe alle quali venivano fissate con strisce di cuoio o stoffa. 
Inizialmente le pianelle vennero utilizzate per proteggersi dal fango delle strade, in seguito divennero anche un espediente per rendere più alte le persone e per ostentare la propria ricchezza in base al tipo ed ai materiali utilizzati.
Le pianelle erano molto apprezzate fra le donne, che le indossavano oltre alle calze solate e le caliga, per apparire più alte.
Curioso è  l’utilizzo che le donne facevano di lunghe calze che venivano fissate alla gamba con stringhe in tessuto, chiamate carreggini, antesiniane  delle odierne auto reggenti.

L’armatura
Inizialmente l’armatura dei cavalieri era costituita da una cotta di maglia: una specie di tunica fatta di molti, piccoli anelli di ferro fittamente collegati fra loro . Nel corso del XII secolo questa corazza andò estendendosi , venendo a proteggere anche le braccia e le gambe mediante maniche e cosciali di maglia metallica. Si cominciò a portare anche una sottocotta imbottiti e trapuntati aventi il compito di smorzare i colpi. Nel trecento si diffuse tra i cavalieri l’uso di piastre d’acciaio per proteggere gli arti , o le parti più esposte di essi . Anche il torso venne protetto sempre più spesso con piastre metalliche fissate a una veste d’arme di tessuto. Nel secolo successivo alcuni cavalieri cominciarono a portare una completa armatura metallica che proteggeva ogni parte del corpo. Il peso completo di una simile corazzatura si aggirava sui 20-50 chilogrammi, cosi ben distribuiti, tuttavia, da consentire a un guerriero armato di tutto punto di correre, saltare o montare  a cavallo senza alcun aiuto, anche se allora come oggi correvano storie (peraltro del tutto infondate ) di cavalieri che si facevano issare a cavallo con una gru perché paralizzati dal peso dell’armatura.
In realtà, il vero problema della corazza era un altro: la grande scatola di ferro, quasi senza aerazione, diventava rapidamente un forno.



Usbergo o cotta di maglia

A partire dal XV secolo si generalizzò l’uso di proteggere i cavalieri con un’armatura completa di piastre metalliche, sagomate in modo che le punte e le lame delle armi scivolassero  sulle loro superfici levigate .Questo accorgimento permetteva di smorzare la forza dei colpi , e quindi consentiva di realizzare corazze veramente leggere. Le armature imitavano spesso le fogge delle vesti civili. Alcune erano parzialmente verniciate di nero, sia per proteggere il metallo  sia per ragioni decorative ; altre venivano azzurrate , così da riflettere i raggi solari e diminuire il riscaldamento del metallo sotto il sole.
Le armature erano così composte:
  • Elmo
Composto da una calotta che veniva rafforzata da una cresta sulla sommità,  la visiera era bloccabile   sulla celata e a sua volta divisa in due o tre  pezzi  incernierati sul medesimo punto della calotta.
  • Manopola
La manopola veniva sagomata in modo da consentire la chiusura del pugno. Le piastre che proteggono le dita venivano incernierate l’una sull’altra, così da seguire il movimento di chiusura della mano. Alla manopola era fissato all’interno, con alcuni ribattini, un guanto di cuoio.  Al bordo veniva incernierata  una piastra a protezione del pollice.
  • Cosciale e ginocchiera
Venivano usati per la protezione della coscia e del ginocchio. La parte posteriore dell’arto era lasciata generalmente senza protezione. Il cosciale era affibbiato alla corazza del combattente. A sua volta esso portava nella parte inferiore dei fori ad asola per il fissaggio degli schinieri, che proteggevano le gambe.
  • Spallaccio e avambraccio
Il loro scopo era quello di proteggere la spalla e il braccio. Lo spallaccio era composto da varie piastre connesse tra loro con perni movibili in fori ad asola e  lembi di cuoio, il cavaliere poteva così  muoversi liberamente. Lo spallaccio era a sua volta collegato con l’avambraccio e la sua composizione era a piastre che permettevano il collegamento con lo spallaccio corregge pezze ed infine una piastra inferiore dell’avambraccio era mantenuta chiusa dall’elasticità stessa del metallo.
  • La barbuta
La barbuta era un tipico elmo italiano realizzato ad imitazione degli elmi corinzi. Le borchie fissate sulla parte superiore reggevano un serto di tessuto mentre a quelle inferiori era assicurato il sottogola che tratteneva la barbuta quando  veniva rialzata sul capo o buttata all’indietro.
  • Il guanto
Le dita nel guanto erano protette da piccole piastre fissate al guanto sottostante. I guanti a piastra proteggevano meglio di una maglia metallica, perché erano più solidi e non si flettevano quando ricevevano  un colpo.

Lo scudo
Lo scudo in dotazione agli eserciti variava da territorio a territorio, come da casata a casata.
Nei primi secoli del medioevo lo scudo si presenta in legno dipinto ed è talmente grande da coprire l’intero corpo del cavaliere.
A volte si presenta imbottito e trapuntato tutto intorno alla parte dell’imbracciatura, oppure ornato dall’insegna araldica dipinta.
Con il passare dei secoli, l’apporto di nuove tecniche e l’abbraccio di nuovi stilemi cui rifarsi (greci e romani), portò a delle semplificazioni nel campo delle armi da difesa utilizzate nei pali e nelle giostre, modificando gli armamentari che potessero provocare problemi di movimento o funzionalità.
Tra il XIII e il XV secolo il legno era imbarcato ricoperto in tela e gesso o cuoio, con decorazioni araldiche, il retro si presentava con una impugnatura in strisce di pelle e l’imbottitura naturale coperta di pelle.
Nel caso dello scudo la trasformazione nei decenni è evidente:  nel ‘400 lo scudo presenta una versione più funzionale ma analoga nella forma a quello delle origini – si combatte a cavallo con una targa squadrata, meno ingombrante del vecchio scudo-, ma soprattutto dotata di una tacca per la lancia e con una rotella  più piccola e leggera per gli scontri a terra.
Con un processo di secoli di semplificazione in semplificazione, da eliminazione ad eliminazione, si arriva verso il XV secolo ad una sorta di incorporazione con l’armatura e tale arma di difesa subirà una vera e propria metamorfosi.
Nasce così “l’armatura da piastra”,  dello scudo rimane così una versione molto ridotta e a scopo ornamentale come supporto per l’insegna e lo stemma.

Dove si custodivano le vesti
Solitamente i ceti più modesti possedevano uno scarno guardaroba, un vestito per lavorare e uno per le feste. Le altre categorie, consapevoli del bene posseduto e del valore sociale dell’abito, sceglievano le più diverse fogge  colori tessuti e ornamenti. L’abito assunse un valore estrinseco  nei ceti più alti, da tramandare di generazione in generazione. Solitamente infatti un abito aveva una durata di cinquanta anni se ben confezionato e ben tenuto: in questo le donne erano ben preparate, il valore  delle stoffe era alto e per preservarle si provvedeva quotidianamente a spolverarli o disinfestarli, “tenendo sode le pieghe” o provvedendo a racconciarli.
Scorrendo le fonti provenienti dagli archivi notarili si scorgono ambienti casalinghi in cui vi sono cassoni o cofani in cui veniva gelosamente custodito il guardaroba, tali mobili per la loro maggior lunghezza consentivano di riporre comodamente i capi.
Il cassone era ampio in lunghezza, altezza e profondità, con coperchio piatto, così come la cassa che era più piccola; una variante veniva rappresentata dal coffano sempre in forma allungata come i precedenti, ma a differenza di questi, presentava u coperchio bombato oppure dipinto o decorato da stoffe preziose; altri accessori presenti in una camera potevano essere degli attaccapanni  per berrette o treppiedi in legno per i panni.



Pannelli riassuntivi (PDF)

 Storia del costume Gli abiti maschili
Gli abiti femminili Gli accessori



Glossario
Il glossario comprende in ordine alfabetico i termini relativi ai capi d’abbigliamento, ai colori e ai tessuti, agli ornamenti, ed alcuni vocaboli relativi all’arredo e agli utensili che compaiono nel testo.
Accia: filo grezzo di lino o di canapa.
Addogato,addogado: tessuto a righe larghe. 
Sfaldato, affaldado: risvoltato,manica con risvolto.
Agoraio: custodia per aghi.
Alessandrino: panno di origine greca, in genere di lana o misto.
Alupta: cuoio sottile e morbido preparato con allume.
Asciugatoio, sciugatoio: Sciarpa di lino o seta che veniva posata sul capo e fatta ricadere sulle spalle.
Balascio: gemma, minerale di colore rosso tendente al viola.
Balzo: acconciatura femminile di foggia rotondeggiante, formata da tessuti avvolti a mo’ di turbante.
Becchetto: striscia di stoffa cucita al cappuccio che ricadeva dietro le spalle e pendeva sulla schiena; se il cappuccio era solo posato sul capo veniva fatto ricadere a sinistra.
Berrettino: colore grigio cenere.
Berretto alla capitanesca: copricapo tipico del condottiero,in genere di colore rosso a forma di cono allargato nella parte superiore.
Bertino, brettino: vedi berrettino.
Bisello: panno grosso di lana color grigio.
Bocaccino: vedi bochasino.
Bochasino: tela finissima di cotone o lino di origine orientale.
Borgiacchini, borzacchini: scarpe alte.
Borsa: aveva forma rotonda e poteva essere di velluto o seta.
Braccio: misura di lunghezza corrispondente a 0,60 m.
Braghetta: elemento delle calze, sorta di tasca all’altezza del pube.
Calcedro: secchio o caldaio di rame.
Calceptae, calcette: calze prive di suola.
Caliga: Calzatura.
Calze solate: lunghe calze di panno che lasciavano scoperta la zona inguinale, erano munite di suola di cuoio.
Cammellotto: vedi ciambellotto
Camurra: vedi Gamurra.
Cannella: arnese per la tessitura.
Capperone: mantello corto provvisto di cappuccio.
Cappuccio: copricapo maschile e femminile.
Carmagnola: come il berretto alla capitanesca.
Carnirolo: sacchetto di pelle appeso alla cintura.
Cattelano: tesuto simile a quello di grana.
Cavedune: alare.
Cavezale: cuscino.
Celendrato: tessuto manganato, comune nel riminese.
Cendato: vedi zendado.
Charegha: sedia.
Ciambellotto: tessuto fatto con peli di cammello o di capra.
Cingitorio: complemento della cintura.
Coppa: simile alla pellanda.
Ciroteche: guanti.
Clamide: mantello di mezza lunghezza,si fermava in genere sulla spalla destra.
Coazzone: grossa treccia o rotolo di capelli ricadenti sul dorso avvolto nel tessuto, legato da nastri o fili di perla.
Colcedra: letto, materasso, saccone con penna.
Coltra: coperta.
Copoletto: guarnizione, sorta di bottone.
Corigia: cintura di cuoio.
Correggini: strisce di tessuto che servivano a fissare le calze femminili alla coscia.
Cotta: veste femminile estiva, simile alla gonnella, ma più aderente di tessuti pregiati. Allacciata davanti da file di bottoni, mentre le maniche erano staccabili.
Cremisi: rosso estratto dalla cocciniglia.
Cremisino: drappo di seta, lana fine o tela tinto cremisi.
Cuffia: copricapo in genere di lino bianco che incorniciava il viso.
Damasco: tessuto serico a tinta unita con motivi opachi su fondo lucido.
Dimidiato: per metà di un colore e per metà di un altro.
Diploide: vedi farsetto.
Divisa: riferito alle insegne araldiche di un casato.
Dopitto: corsetti di tessuto doppio.
Dosso: dorso, schiena di vaio.
Drapesello: striscia di tessuto prezioso destinato ad ornamento del capo.
Drappo: tessuto prezioso.
Farsetto: indumento base del guardaroba maschile.
Finestrelle: piccole aperture sotto l’ascella che servivano ad agevolare i movimenti.
Frenello: elemento utilizzato come ferma-capelli.
Fresiadura: guarnizione
Frodo: fodero.
Gabano: mantello con maniche e cappuccio foderato di pelliccia o tessuto.
Gamurra: veste femminile semplice sfoderata, confezionata con panno di lana di colore scuro.
Ghirlanda: acconciatura di forma simile al balzo ma più piatta.
Giornea: sopravveste estiva aperta ai lati, senza maniche o con maniche staccabili. Quella maschile è corta a mezza gamba, quella femminile è lunga fino ai piedi. Foderata di pelliccia veniva indossata anche d’inverno.
Gittadino: vedi zettadino.
Giubba: vedi farsetto.
Giuparello: vedi farsetto.
Gonnella: indumento con busto e maniche aderenti; quella maschile era stretta in vita dalla cintura e morbida sui fianchi, quella femminile si allargava a campana fino ai piedi.
Grana: Tinta di colore rosso scarlatto per estensione panno o tessuto dello stewssop colore.
Guardacore: sorta di farsetto in genere di pelle.
Guarnacca: sopravveste ampia, lunga, con o senza maniche e aperta ai lati.
Guarnello: tessuto di cotone, canapa o lino, lavorato grossolanamente.
Inauxilato: tessuto lavorato con raffigurazioni di uccelli, molto utilizzato nella biancheria domestica.
Interula: camicia.
Magliette: Asole, in genere d’argento, avevano carattere ornamentale.
Maniche a maheures: maniche aderenti all’avanbraccio.
Mantile: tovaglia.
Marmorino: colore simile a quello del marmo misto.
Maspilli: bottoni.
Meschio: come il marmorino.
Monachino: colore  scuro tendente al rosso.
Morello: colore bruno scuro tendente 
Panno romagnolo: tessuto di lana a trama grossolana.
Pannicello: strisce di tessuto più o meno prezioso.
Paonazzo: sfumatura di rosso tendente al violaceo.
Partesiana: tipo di spada o alabarda.
Passetti: fermagli.
Pelandra: vedi pellanda.
Pellanda: sopravveste invernale larga e imponente.
Penneda: panno o telo usato per contenere biancheria e altri oggetti.
Persichino: colore dei fiori di pesco.
Piadina: piatto o piccolo catino.
Pianelle: sorta di zoccoli con suola piuttosto alta.
Pignolato: tessuto di uso comune operato con motivi simili a pinoli.
Presette: ganci.
Puntuale: ornamento terminale che rinforzava nastri e cordoncini utilizzati per allacciare vesti e maniche.
Rascia: panno grosso di lana a volte a spina di pesce.
Refe: filo di lino molto resistente usato per cucire.
Renone: pelliccione.
Rensa: tela molto fine.
Reticella: rete per raccogliere i capelli.
Rosato: panno di lana di qualità molto pregiato.
Saia: panno di lana sottile caratterizzato da un particolare effetto diagonale.
Sarabule: mutande maschili, slip.
Sargia: vedi saia.
Sberlata: calza  maschile ornata sotto il ginocchio con decorazione a fascia orizzontale.
Scapino: parte della calza corrispondente alla pianta del calcagno.
Scaranna: cassapanca.
Scarsella: come borsa, ma di forma quadrata.
Schiavina: coperta da letto di panno grosso.
Scoffone: sorta di sopracalza di panno.
Sindone: mussolina o tessuto trasparente di seta.
Solo: teglia o recipiente.
Soma: unità di misura per liquidi.
Spedo: spiedo.
Staio: misura di capacità per aridi.
Tabarro: lunga sopravveste a manto confezionata con tessuto modesto.
Tremolante: pendaglio.
Trinzale: drappo prezioso, che raccoglieva i capelli in una lunga coda o treccia.
Turca: sopravveste ampia dalla foggia orientale.
Vaio: pelliccia utilizzata per foderare e orlare i capi maschili e femminili. Ornata sotto il ginocchio con decorazione a fascia orizzontale.
Vasello: contenitore per vino.
Veste: indumento simile alla gonnella.
Vestito: simile alla pellanda.
Volta: drappo di lino o seta che le donne portavano sopra il capo.
Zambellotto: vedi ciambellotto.
Zenfarda: tipo di berretta.
Zendato: tessuto serico molto leggero.
Zepone: tessuto serico simile al raso.
Zuparello: vedi farsetto.


Bibliografia
Elisa Tosi Brandi, Abbigliamento e società a Rimini nel XV secolo, Panozzo Editore.
A.V., Malatesta e Montefeltro: Itinerari tra Romagna e Marche,Touring Club Italiano.
A.V., La pittura fra Romagna e Marche nella prima metà del Trecento, catalogo della mostra fotografica.
Pietro Zampetti, Pittura nelle marche, dalle origini al Rinascimento,
Regione Marche Assessorato alla cultura.
Albert Racinet, Enciclopedia del costume, Gremes Editore
Rimini, Archivio di Stato,
Archivio Storico comunale,
Fondo Diplomatico,
Fondo notarile.


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Ultimo aggiornamento: domenica 11 novembre 2007